Tour de vices: spirale senza fine
Si intitolava Tour de Vices, il Tour dei vizi, il libro-confessione di Bruno Roussel, il direttore sportivo della famigerata Festina. La madre di tutti gli scandali ciclistici attorno alla Grande Boucle, si ricorderà. Sono passati dieci anni da allora, ma le peripezie legate al doping non sono mai mancate.
Dai turbamenti etico-legali attorno ad Armstrong alle capatine con station-wagon imbottite di Epo di Madame Rumsas, dagli echi della “Operacion PuerCo” fino alla telenovela in salsa “C.S.I - Un giorno in pretura” di Landis. Si sapeva che sarebbero scoppiati tanti bubboni anche quest’anno, e non solo per via della guerra sempre meno intestina tra UCI e Organizzatori dei Grandi Giri ( con corollario di avvisi para-mafiosi e sconcertanti “profezie” sul dead man walking Rasmussen, per altro sempre più in giallo), mentre i casi Petacchi e Di Luca delineano scenari sempre più confusi e contradditori in merito oltre le Alpi.
Quer pasticciaccio brutto di Vinokourov è stato in tal senso sorprendente solo perché il kazakho è stato beccato: prima del Tour aveva ammesso di affidarsi alle cure di un medico condannato per doping ( e assolto poi per prescrizione), è quindi semmai stupefacente che un know-how notoriamente sperimentato e infallibile abbia stavolta fatto cilecca. Non ci facciamo troppe illusioni, ma la speranza che per i vari “furbetti del rapportino” travestiti da guru medico-sportivi siano cambiati i tempi resiste sempre.
Non muta il nostro giudizio su “Vino”: corridore generoso, che ha vinto ovunque in tutti questi anni di medie stratosferiche e pur sempre capace di vivacizzare uno canovaccio che ha determinate regole ( e che a noi piace seguire, anche se ovviamente non ci strappiamo le vesti come quando eravamo pischelli), e fino a quando tali prassi ( che tutti conoscono) non verranno davvero cambiate è inutile meravigliarsi, fare gli indignati, parlare di “ciclismo finito” come ha fatto Merckx, o pontificare con insolenza ( si ascolti Moser, uno che di trasfusioni se ne intende…).
L’oncologo Umberto Veronesi, nella sua intervista in cui ha lanciato la proposta di foraggiare una squadra ciclistica pulita, ha acutamente messo in guardia: è la società ad essere medicalizzata. Ma soltanto nello sport esistono i controlli anti-doping, come è giusto che sia. Mens sana in corpore sano: se lo sport ( tutto lo sport ovviamente, non solo il ciclismo dei reietti alla Moreni) tornasse a essere una vetrina di valori e salute in una società che viene sempre più divorata dalla cocaina e dalla spirale verso il profitto a tutti i costi, sarebbe un grandissimo risultato. Il senso della vicenda sta tutto negli occhi di quel ragazzino francese andato all’albergo dell’Astana per chiedere un autografo all’eroe “Vino”, e allontanatosi sconsolato alla vista della Géndarmerie. Ridare la capacità di sognare e riaprire gli occhi stanchi e lucidi di chi segue con purezza e passione uno spettacolo che, a dispetto della sua intrinseca bellezza, rischia sempre più la marginalità.










