Italia Ciclismo

Marco Pantani e i due volti del Fedaia

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 28 Agosto 2007 @ 23:49

Il passo Fedaia è tra le montagne mito del Giro d’Italia. Questo sontuoso passo alpino che scollina a oltre 2000 metri sotto l’imponente ghiacciaio della Marmolada, forse meno aspro e ardente in quanto a pendenze rispetto al Mortirolo o allo Zoncolan, vanta però una collocazione strategica nel cuore dello scacchiere dolomitico che ne ha fatto sovente lo snodo cruciale delle disfide in Rosa. 13 chilometri di lunghezza, 1059 metri di dislivello, pendenza media del 7.7 % e punte che arrivano al 18%: numeri che sono una goduria per chiunque ami la strada quando si impenna sotto le ruote.
La prima parte è dolcemente ingannevole, fino a Malga Ciapela, là dove la strada trova pendenze più cattive su un rettilineo lungo tre chilometri che arriva al 15% e sembra non terminare mai, per proseguire inesorabile fino allo scollinamento.

1998. Marco Pantani riprova a fare saltare il banco al Giro d’Italia, quattro anni dopo essersi rivelato con le pirotecnie sul Mortirolo e il geniale e sfortunato attacco a lunga gittata alla maglia rosa Berzin sul Colle dell’Agnello. La sfortuna che gli aveva precluso o inficiato la partecipazione alla corsa più amata nei tre anni precedenti placa la sua temibile morsa, e il Pirata può di nuovo giocarsi le sue carte. I suoi rivali sono Alex Zuelle, il leader della corsa, e il tenace Pavel Tonkov. L’elvetico ha umiliato Pantani nella salita di Lago Laceno, e soprattutto nella cronometro di Trieste, concedendosi il lusso di raggiungere e superarlo nel lungomare di Barcola. Il russo invece è il corridore più completo e, a differenza di Zuelle, sa come ci si comporta sulle Dolomiti. Il tappone di Selva Val Gardena ha il suo fulcro proprio nel Fedaia- Marmolada. Pantani è foderato nella maglia verde di leader della montagna: per molti sarà il suo unico trofeo a fine Giro, ed egli sa che dovrà inventare un numero dei suoi. Eppure il Pirata è nervoso, quasi impaurito. Si rivolge al fido gregario Conti mentre inizia il celebre rettilineo di Malga Ciapela: “Ma quando inizia il Marmolada?“. Zuelle inizia a boccheggiare: il capitano della Festina ha vinto due Vuelta, ma certe montagne le ha appena assaggiate al Tour de France, quando a La Plagne nel 1995 si inventò gigante mettendo in crisi Indurain, e lasciandosi dietro proprio Pantani e Tonkov. Ma le Dolomiti non perdonano: più cerchi di resistere e più ti avviti, contorto in un cappio impetoso. Tonkov capisce che Zuelle quel giorno perderà anche le mutande e si guarda intorno, cercando di scorgere le intenzioni di Pantani. Ma il romagnolo è avvolto da una strana apatia, una inconscia paura di andare incontro al suo meritato destino da trionfatore. E allora è Tonkov ad accendere la miccia, scattando e iniziando a mandare Zuelle alla deriva. E’ quello il momento in cui Marco si toglie il velo pesantissimo dei dubbi e delle paranoie, rispondendo con vigore alla sciabolata del russo. Il tratto è il più faticoso, ma il due volte vincitore sull’Alpe d’Huez sembra pedalare su un invisibile cavalcavia, si invola solitario con una frequenza di pedalate disarmante per gli avversari, in primis un Tonkov che in quel preciso istante perde il proprio Giro. E’ vero, ci sarebbe poi stato il duello rusticano a Monte Campione, ma è qui che Pavel non coglie l’attimo. Pantani infatti trova poi la collaborazione di Guerini, e i due d’amore e d’accordo vanno fino al traguardo: a “Beppe turbo” la vittoria di tappa, allo scalatore romagnolo la prima investitura in rosa della carriera. Ecco perchè il primo volto del Fedaia è per lui soave e infinito, una danza di gloria accecante.

2001. Sono passati tre anni, ma è come se fosse un secolo. Madonna di Campiglio e il buio di una carriera sbriciolata. Un anno di limbo, e brandelli di grandeur strappati nei duelli con Armstrong sulle Alpi al Tour del 2000. Il Giro del 2001 non nasce certo sotto buoni auspici, vedendo Pantani perso nella mediocrità nella insignificante salita verso Montevergine. Quando arriva il tappone alpino, con arrivo sul Pordoi, i più irriducibili tifosi nutrono ancora qualche speranza di resurrezione. Perché quel giorno la carovana salirà sul Fedaia, il gigante rosa nella mitologia del Pirata. Ma nel momento in cui si intrecciano le lame degli uomini di classifica su quel celebre rettilineo infernale, la pelata del Pirata già non c’è più. Risucchiata dietro, si confonde con quella del suo ex gregario Garzelli, al quale il Pirata aveva dato una mano l’anno prima sull’Izoard, aiutandolo a scardinare le ingenue difese di Casagrande e Simoni nella corsa in rosa. Il Pirata stavolta non s’alza sui pedali, ma fluttua stancamente. Stavolta la Marmolada respinge le sue velleità, ammesso che nei suoi pensieri di allora la cosa avesse una qualche importanza. Il suo volto non è più quello quasi impaurito e incosciente di tre anni prima, ma rassegnato e assente. L’ anno dopo avrebbe lui stesso messo pedale a terra prima di affrontare il Fedaia: forse per non rivedere in quel famoso rettilineo squarci e frammenti di una gloria che ormai gli era del tutto indifferente.pant.jpg

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GIANNI BUGNO, IL SIGNORE DEL PEDALE

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 27 Giugno 2007 @ 17:05

Se è vero che è stato Marco Pantani il più forte ciclista italiano degli ultimi trent’anni, la palma di ciclista più talentuoso e completo va certamente a Gianni Bugno. Il corridore monzese, nel periodo aureo della sua carriera (dal 1990 al 1994), ha saputo essere altamente competitivo sia nelle classiche in linea, sia nella grandi corse a tappe: una rarità in un’epoca in cui si perfezionava l’esasperata specializzazione del ciclismo moderno. Il suo palmares del resto parla chiaro. Un Giro d’Italia (1990), due podi al Tour de France (1991-1992), due Campionati del Mondo su strada (1991-1992) e svariate classiche tra cui la Milano-Sanremo (1990) e il Giro delle Fiandre (1994). Di Bugno colpiva soprattutto il fatto che sapesse vincere in ogni modo: fortissimo in volata, ma anche dotato di uno spunto elegante e potente capace di piegare gli avversari in salita, ottimo cronoman ma anche due volte trionfatore sulla montagna più famosa del mondo, L’Alpe d’Huez. Un bottino che sarebbe potuto essere indubbiamente più consistente, se Gianni non avesse trovato sulla sua strada il grande Indurain e se avesse avuto una maggiore forza mentale.
Nato nel 1964 (lo stesso anno del suo grande rivale navarro), Bugno ha fin da subito mostrato le stimmate del fuoriclasse: il 1989 è l’anno delle prime affermazioni significative. La tappa di Prato al Giro e quella di Limoges al Tour de France: al mondiale di Chambery il monzese non sale sul podio, ma duella alla grande su un tracciato assai duro con Lemond, Fignon, Kelly e Konishev, lasciando intuire che un giorno sarebbe riuscito a impadronirsi della maglia iridata.
La grande promessa diventa davvero un campione nel 1990. Gianni si aggiudica la Milano-Sanremo, il mondiale di primavera, con un arrivo solitario che ne enfatizza tutta la forza. Il Giro d’Italia lo vede a quel punto tra i grandi favoriti e Bugno conquista la maglia rosa nel crono-prologo di Bari. L’avrebbe tenuta fino a Milano, distanziando il talentuoso Charly Mottet di oltre 6 minuti. Un Giro imperiale quello di Bugno, che da gran signore lascia vincere il francese sul Pordoi, e suggellando il trionfo nella cronometro di Varese. Sembrava l’inizio di una dinastia, ma invece il lunatico Gianni non si sarebbe mai più ripetuto.
Poche settimana dopo, Gianni partecipa al Tour de France per un felice apprendistato. Non punta al podio, bensì a fare esperienza per il futuro, proprio come stava facendo Indurain: mentre Chiappucci, Lemond e Breukink si scorticano per la vittoria finale, Gianni ottenne due vittorie di prestigio: a Bordeaux e soprattutto nell’arrivo in cime dell’Alpe d’huez. Una vittoria magnifica, ottenuta regolando in volata proprio il campione del mondo Lemond, “pedalando in salita sul velluto”, come asseriva il telecronista RAI De Zan. L’unico italiano ad aver vinto sull’Alpe era stato Fausto Coppi nel lontano 1952 , e i paragoni con la classe dell’Airone si sprecano, anche volendo considerare l’eroico Chiappucci del Tourmalet un novello Bartali. Nasce così una rivalità di cui spesso approfitterà la volpe navarra Indurain. Bugno conclude la stagione alla grande nel mondiale in Giappone, cogliendo la medaglia di bronz: la vittoria gli sfugge a causa della fuga-bidone dei belgi Dhaenens e De Wolf, ma è evidente che il successo è solo rimandato.
Il 1991 è l’anno della conferma di questo campione completo: L’italia aspetta da anni un corridore poliedrico, capace di andar forte a cronometro come Moser, forte nelle classiche come Saronni, ma che, a differenza di costoro, sapeva farsi valere pure in alta montagna, persino nell’ostica Francia.
Il Tour de France inizia a essere così l’ossessione nella testa di Bugno, attirato dal miraggio di una corsa che manca a Pedale azzurro dai tempi di Gimondi. Il suo giro d’Italia è quell’anno decisamente deludente. Bugno sfiora la maglia rosa nella cronometro di Langhirano, ma poi Chioccioli gli da sempre paga in montagna, e Chiappucci e Lelli gli rubano persino la ribalta del podio.
Ma per Bugno conta solo il Tour, al quale si presenta con la maglia di campione d’Italia conquistata a Giugno. Sarà il miglior Tour di Gianni, che concluderà al secondo posto nei Campi elisi , dietro al nascente re Indurain. Un Tour de France splendido, che inizia male per Gianni: attaccato da Lemond e Breukink in Normandia, scopre a sue spese le trappole delle infinite pianure francesi.
Ma il ribaltone è in agguato nei Pirenei. La maglia gialla di Lemond crolla nel tappone che sconfina a Jaca, e le carte sono di nuovo scombussolate. Il giorno dopo, nella discesa del Tourmalet, Chiappucci e Indurain scattano. Bugno recita la parte del Bell’addormentato e perde in quel momento il Tour. Un peccato, perché nell’ascesa finale verso Val Louron, il miglior tempo della scalata è proprio di Gianni. Le cose non cambiano sulle Alpi: Bugno prova a staccare Indurain sull’Alpe d’huez, ma Miguel gli attacca un’invisibile cordicella alla ruota. Per Gianni, arriva solo un secondo successo che lo consegna all’immortalità ciclistica,( sarà eguagliato da Pantani) ma oltre il secondo posto finale non riesca ad andare.
La grande soddisfazione per il monezese arriva però nel mondiale di Stoccarda: stavolta non ci sono carneadi che tengano. Gianni conquista la maglia iridata stracciando Rooks e Indurain in volata, regalando anche un brivido ai suoi tifosi: sollevando le mani troppo presto e rischiando di farsi bruciare sul traguardo. Tanta era la superiorità e la sicurezza di Gianni.
L’obiettivo del campione del mondo per il 1992 è a questo punto uno solo: il Tour de France, ormai una vera e propria ossessione. Convinto che sia troppo complicato preparare Giro e Tour nello stesso anno, Gianni rinuncia alla corsa da lui vinta due anni prima per prepararsi al Tour. Mentre Indurain arriva in rosa a Milano, Gianni si presenta ai nastri di partenza della Grand Boucle coi favori del pronostico. Ma sarà un Tour da incubo. Nella cronometro del Lussmeburgo Indurain gli rifila oltre 3 minuti, un colpo morale durissimo: Bugno va bene a cronometro, ma non quanto il Navarro. Inoltre l’edizione del Tour di quell’anno, europeista nell’anno di Maastricht, ha sacrificato i Pirenei, e ci saranno solo alcune tappe alpine per provare a scalzare il Navarro.
Il tappone di quell’anno prevede l’arrivo al Sestriere: Chiappucci accende la battaglia scattando sul terribile Iseran e vestendosi virtualmente della maglia gialla. A quel punto Bugno fa un altro tragico errore, forse per vendicarsi con il ”diablo” dello sgarbo dell’anno prima sul Tourmalet. Nella discesa del Moncenisio, e soprattutto nel falsopiano prima della ascesa finale, tira da matti, portando di fatto Indurain in carrozza. Così facendo Miguel lima il distacco da Chiappucci, mentre Bugno paga dazio venendo staccato da Miguel nella salita finale. Un altro colpo che il fragile Gianni paga pesantemente: il giorno dopo c’è l’arrivo all’Alpe d’Huez. Chi si aspetta un colpo di coda di Gianni rimane deluso: il monzese sprofonda nella sua montagna. Nella cronometro finale, Gianni arpiona un terzo posto comunque deludente. Gli applausi sono giustamente tutti per Chiappucci: per Gianni è una ferita difficile da suturare.
Un Bugno depresso e avvilito viene però rimesso in sesto dal CT Alfredo Martini per il mondiale di Benidorm: Indurain gioca in casa e tutti si aspettano l’apoteosi del Navarro. Ma è invece ancora Bugno a vincere, battendo in volata i velocissimi Jalabert e Konyshev, e dando forse l’ ultima dimostrazione assoluta della sua classe.
Il 1993 è un annus horribilis per il campione del mondo. Battuto in volata da Jaermann all’Amstel Gold race, lui che allo sprint è praticamente imbattibile: è lo specchio di un campione appannato. In un ciclismo che cambia e che sta entrando sempre più nella spirale della chimica, al Giro e al Tour Bugno prende delle scoppole clamorose in salita: memorabile la disfatta sul Galibier, tramortito dalle terribili andature di Indurain, Rominger e Meja.
Non basta neppure il mondiale a salvare la stagione: nella piovosa Oslo, Gianni mette piede a terra mentre un giovane spaccone texano gli sfila la maglia iridata.
Nel 1994 Gianni prova una difficile rinascita passando alla MG di Claudio Ferretti. Annata discreta, arricchita da una sontuosa vittoria al Giro delle Fiandre, ottenuta sull’idolo di casa Museuuw, e con la solita volata con esultanza anticipata. Al Giro Gianni è pimpante e lotta per la maglia rosa nelle prime due settimane: ma quando Pantani gli scatta in faccia sul Mortirolo, per Gianni suonano le campane agonistiche.
Una volta archiviato il sogno Tour, Bugno prepara a quel punto il Mondiale di Agrigento per eguagliare Merckx con un terzo alloro iridato. Un percorso duro e affascinante tra i templi siciliani: Bugno è il logico favorito, ma la squalifica per caffeina gli farà saltare l’appuntamento. Uno stop bizzarro: essere beccati per caffeina nell’anno d’oro del doping ematico, e la carriera di Gianni subisce un altro brusco arresto.
Il resto della vicenda agonistica di Gianni non regala particolari emozioni. Gianno sconta una breve squalifica, ma nelle stagioni successive regala pochi lampi della sua classe. Nel 1995 domina la Liegi-Bastogne-Liegi,ed è la bestia nera del favoritissimo Jalabert che lo teme come la peste ricordando l’esito del Mondiale di Benidorm. Ma mentre i due si controllano poco prima della salita che conduce al traguardo di Ans, Gianetti parte in contropiede e va a cogliere la vittoria nella Doyenne. Bugno regola senza problemi Jaja e Bartoli allo sprint per il secondo posto ,e ancora oggi si chiede come ha fatto a lasciarsi scappare quella vittoria. Una gara che è un po’ l’ epitome di una carriera, chiusa mestamente da gregario e pure sgridato come un mulo qualsiasi ( dal suo “capitano” Tonkov ai tempi della Mapei). Oggi Gianni pilota elicotteri e ha sempre il solito broncio malinconico: ma la sua classe innata ci manca sempre tanto.

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Ascesa e caduta di Bjarne Riis, “Mister 60%”

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Enrico Ramani 13 Giugno 2007 @ 14:21

Bjarne Riis è da tempo sinonimo di ciclismo torbido: sia da corridore, quando da gregario si inventò campione dopo i 30 anni riuscendo persino a vincere un Tour de France, sia da direttore sportivo, mentore di Ivan Basso, poi scaricato ai prodromi dell’Operacion Puerto.
Nato in Danimarca nel 1964 ( lo stesso anno di Bugno e Indurain),Bjarne iniziò a farsi notare dal plotone nei primissimi anni 90: ragazzone pesante e sgraziato in bicicletta, con pochi capelli ma con una buona capacità di “portare i bidoni” come dicono in Francia: in questo caso, alla Castorama del declinante Laurent Fignon. Un ciclista senza infamia e senza lode, come se ne vedono tanti: chi avrebbe mai detto ci si trovava di fronte a una futura maglia gialla?
La svolta della carriera di Bjarne arriva nel 1992, col trasferimento in Italia, alla Ceramiche Ariostea. Nei primi anni 90 l’Italia inizia essere il paese del Bengodi del doping ematico: certamente non l’unico paese in Europa (il ritiro collettivo dell’olandese PDM al Tour del 1991 dice tutto, per una “intossicazione alimentare”..)ma era in Italia il paese in cui certe pratiche venivano fatte meglio, sopratutto grazie ad alcuni discussi preparatori e medici: straordinari nel dosare e gestire pratiche illecite.

Il boom di Bjarne comincia nel 1993: una vittoria di tappa al Giro d’Italia, e uno stupefacente quinto posto in classifica generale al Tour de France. Bjarne è straordinario in salita, specialmente nel tappone alpino di Isola 2000 resiste coi migliori: il suo modo di aggredire le salite è quanto di esteticamente più brutto esista, con quelle fauci perennemente aperte ad acchiappare qualsiasi atomo di aria, ma già particolarmente efficace. Nel 1994 Bjarne segue quel troncone dell’Ariostea che si accasa nella rampante Gewiss di Argentin e Bombini: la squadra mito del dopin in quegli anni, capace di vincere qualsiasi corsa e di piazzare tre corridori ai primi tre posti alla Freccia Vallone. Il medico di quella squadra era Michele Ferrari, il quale in quei giorni asseriva candidamente che la famigerata eritropoieina non era più pericolosa di dieci litri di succhi di frutta. In mezzo a “fenomeni” come Furlan, Berzin e Ugrumov, Bjarne fa fatica ad emergere, ma il suo momento di gloria arriva l’anno dopo. Al Tour de France del 1995 arriva persino terzo: disumana la sua prestazione nella crono di Liegi, quando spinge Indurain al limite, mentre sull’Alpe d’Huez regge perfettamente alla tenaglia Indurain-Zuelle. Ormai la trasformazione fisica di Riis è sotto gli occhi di tutti, è un autentico mostro. Si parla apertamente di Epo, ma certamente anche l’ormone della crescita ( quelle mascelle squadrate…), vietatissimo e tuttora introvabile ai test, non era estraneo alla dieta di un campione che viene seguito all’epoca dal celebre Luigi Cecchini.
Riis a quel punto è ormai un potenziale vincitore del Tour, e per inseguire la maglia gialla si trasferisce alla emergente Deutsche Telekom nel 1996, dato che alla Gewiss puntavano ancora sulla meteora Berzin. Nel 1996 la squadra tedesca domina il Tour, portando Riis in maglia gialla sui Campi elisi, e il giovane Ullrich al secondo posto. Bjarne domina la Grande Boucle, conquistando la maglia gialla con un disumano attacco sul Monginevro, e sbriciolando i residui sogni di Indurain e Rominger a Hautacam, la montagna che sovrasta Lourdes ( dato che siamo in tema di miracoli…). In quel periodo inizia a essere di pubblico dominio il soprannome del danese: “mister 60%”, in virtù di un tasso di ematocrito perennemente altissimo, che sarebbe persino arrivato a 64% in alcuni casi. Sangue denso come melassa, globuli rossi in eccesso in grado di pompare carburante felicemente grazie appunto all’EPO. Le cose iniziano però a cambiare a fine 1996: molti casi di ciclisti scampati per un pelo alla morte spingono gli stessi corridori a chiedere all’ UCI di fissare il controverso limite del 50% ( peraltro aggirabile grazie all’Emagel e a varie diavolerie), fattosta che dal 1997 inizia il declino di Riis, al massimo vincitore di una Amstel Gold Race. Nel Tour di quell’anno riesce peraltro a salvare la maglia gialla del suo delfino Jan Ullrich dall’attacco della Festina di Richard Virenque ( altri nomi certamente che non evocano pulizia…) sul Col de la Madeleine. Vittima di un grave infortunio al ginocchio, Riis si ritira definitivamente nel 2o00. Inizia allora una carriera da Direttore sportivo alla CSC particolarmente proficua, specialmente grazie alla scoperta di Ivan Basso, che sotto la guida di Riis si trasforma in un cannibale, capace di impensierire Armstrong al Tour e di stravincere il Giro d’Italia del 2006. Fino allo scoppio dell’Operazione Puerto, con Basso scaricato brutalmente dall’inflessibile Riis.
Il resto è storia dei nostri giorni. L’onda lunga dello scandalko Ullrich coinvolge tutti i menri di quella Deutsche Telekom, e lo stesso Riss è stato costretto ad ammettere di aver preso EPO negli anni d’oro della sua carriera, come del resto era consuetudine per tutti ( si vedano anche le recenti dichiarazioni del suo ex compagno all’Ariostea Rolf Jaermann). Il segreto di Pulcinella, lo chiamano a Napoli. Restano da chiarire alcuni punti, forse. Cosa avrà da dire Luigi Cecchini su queste dichiarazioni? Quando Riis vinceva il Tour, il medico toscano era prodigo di spiegazioni “razionali” sull’improvvisa esplosione del suo pupillo danese, adesso tace. Ricordiamo che certi medici, lo stesso discorso vale per Ferrari, continuano tranquillamente a collaborare nel mondo del ciclismo. E infine: qualcuno potrà togliere la longa manus di Riis dalla carriera del nuovo prodigio della CSC, Andy Schleck?

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Miguel Indurain: oltre la leggenda di Monsieur Tour

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 17 Maggio 2007 @ 20:06

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Il più forte ciclista degli anni 90 è stato indiscutibilmente Miguel Indurain. Il corridore navarro ha marchiato a fondo il decennio più controverso della storia del ciclismo, quello della chimica diffusa e dell’esasperata dilatazione dei calendari, mantenendosi per altro quasi sempre al di sopra di ogni sospetto.
Nato nel 1964, la stessa annata di uno dei suoi grandi rivali (Gianni Bugno), Indurain si affacciò lentamente alla ribalta alla fine degli anni 80, con in testa una grande ambizione: succedere a Bahamontes, Ocana e Delgado tra i corridori iberici capaci di vincere il Tour de France. Egli è stato il primo a conquistare la Grand Boucle per 5 anni consecutivi. La più importante corsa al mondo è sempre stata al centro dei suoi pensieri, senza monopolizzarne tuttavia la carriera. Le due accoppiate Giro-Tour stanno a dimostrarlo, oltre agli ottimi risultati raggiunti nel campionato del mondo. In tal senso, il navarro si pone a metà strada tra i classici campioni alla Merckx, capaci di fare razzia in ogni periodo dell’anno, e i campioni “in vitro” alla Armstrong, costruiti per vincere una sola corsa ogni dodici mesi.

IL CORRIDORE

Dotato di un fisico possente, capace di straordinarie prestazioni da passista, Indurain è stato uno dei più grandi cronoman di sempre. Le basi delle sue vittorie nei grandi giri venivano poste nelle lunghe crono individuali che caratterizzano in particolare il Tour De France. Proprio la particolare natura del percorso transalpino, quasi sempre pianeggiante, consentiva a Miguelon di scavare un solco abissale tra sé e gli avversari proprio nelle prove contro il tempo. L’eccellenza del corridore iberico in tale prova è testimoniata anche dal titolo di campione del mondo (1995) e di campione olimpico (1996) aggiunti al suo strepitoso palmarès, senza dimenticare il record dell’ora ottenuto nel 1994.
Indurain era però anche un eccellente uomo di montagna, checché se ne dica. Librandosi con passo regolare , quasi da carro armato, ma tremendamente efficace, il suo rendimento era talmente elevato che sono davvero pochi i corridori in grado di aver fatto tremare Indurain in salita nel quinquennio del suo regno nei Grandi Giri, anche tra gli scalatori puri. La specialità di Miguel era anzi quella di attaccare nella prima grande salita ( esemplare in tal senso l’ascesa di Lourdes-Hautacam nel Tour del 1994, e ne fece le spese anche un certo Pantani), in modo da aggiungere ulteriore vantaggio al divario scavato nella prima cronometro, per poi amministrare con incedere regale il prosieguo. Miguel era l’indiscusso re del plotone infatti, riverito e rispettato anche perché spesso lasciava gloria agli altri corridori, non partecipando mai agli sprint quando era in fuga, ed evitando invece quegli atteggiamenti da sceriffo spaccone che avrebbero invece contraddistinto il ben più cupo regno di Lance Armstrong.
Un’altra caratteristica poco conosciuta di Miguel erano le sue doti di sprinter: nel 1993 arrivò secondo ai Mondiali di Oslo, battendo in volata nientemeno che il velocista tedesco Ludwig, mentre due anni prima aveva dato filo da torcere nella medesima manifestazione a Gianni Bugno, giungendo terzo. Avesse partecipato a più classiche, avrebbe certamente dato filo da torcere ai vari specialisti ( si aggiudicò comunque la classica di San Sebastian nel 1990).
Significativa anche la sua intelligenza tattica, la capacità di leggere perfettamente le fasi della corsa e di sfruttare a suo vantaggio le rivalità tra i suoi avversari ( ad esempio Bugno e Chiappucci), riuscendo a trarne grandi vantaggi. Nel 1991 conquistò la sua prima maglia gialla sui Pirenei andando in fuga con El Diablo ( ai danni di Bugno), mentre l’anno dopo, quando Chiappucci si inventò gigante in fuga sulle Alpi nella tappa con arrivo a Sestriere, la volpe navarra sfruttò il lavoro di Bugno per limitare il distacco, per poi salvare la maglia gialla con un’azione solitaria imperiale sull’ultima ascesa.

LE IMPRESE

Il capitano della Banesto non è mai stato particolarmente incline ad imprese spettacolari, alla Coppi o alla Merckx, anche per la sua natura schiva e introversa. Egli ha sempre badato al sodo, e 5 Tour de France consecutivi e 2 Giri d’Italia testimoniano la sua statura. Tra le sue vittorie più belle segnaliamo la sua prima tappa conquistata al Tour nel 1990 a Luz Ardinen, quando nei Pirenei si infranse il sogno in giallo di Claudio Chiappucci, oppure il sensazionale contropiede di Seraing al Tour nel 1995: il giorno prima della cronometrò Miguel anticipò i suoi avversari con un’azione potente e devastante, lasciando al belga Bryuneel la vittoria ma incamerando secondi preziosi in classifica generale. Con ogni probabilità, la gara che più mostra la grandezza di Indurain è il campionato del mondo su strada in Colombia nel 1995. Uno dei mondiali piu’ duri di sempre, in altitudine e con la pioggia. La Spagna prima di allora non aveva mai conquistato il prestigioso alloro, e Miguel non esitò a coprire lo scatto decisivo del connazionale Olano, tenendo a bada le velleità di Pantani e Gianetti, per poi regolarli allo sprint per l’argento. La maglia iridata (su strada) è l’unico alloro che manca nello strepitoso palmarès del navarro, ma quel gesto di esultanza al traguardo per la vittoria del compagno vale più di cento vittorie.

I RIVALI

Il rivale designato sarebbe dovuto essere Gianni Bugno, ma non è mai stato completamente all’altezza. Nati lo stesso anno, nel 1991 battagliarono sulle strade del Tour per raccogliere lo scettro della generazione Lemond-Fignon. Gianni si fece sorprendere da Miguel e Chiappucci sul Tourmalet, a cronometro non era in grado di contrastare fino in fondo il rivale, il quale tra l’altro gli rimase incollato sui tornanti dell’Alpe d’Huez. Negli anni successivi Bugno non fu mai più a quei livelli, dimostrando di soffrire Miguel soprattutto dal punto di vista psicologico. La sua immensa classe però gli permise di regolare il Navarro allo sprint dei mondiali di Stoccarda (1991) e soprattutto di Benidorm l’anno dopo, quando Miguel correva in casa, regalandogli un cocente smacco.
Rominger e Zuelle furono altrettanto discontinui: fortissimi a cronometro ( mai quanto Miguel però) e mai seriamente in grado di impensierirlo in salita. Berzin fu il primo a sfilare una maglia dal possente torace del Navarro, quella rosa al Giro d’italia nel 1994, aiutato da una squadra fenomenale e dalle pratiche chiacchierate, e non durò a lungo. Riis, Ullrich e Virenque detronizzarono il regno francese di Indurain nel 1996, ma non era certamente il vero Indurain in quell’annata ( si ritirò poco dopo, non a caso).
Il rivale più amato dalla gente fu certamente Chiappucci: indomito guerriero capace con le sue fughe da lontano e coi suoi tentativi spericolati di ravvivare corse altrimenti segnate dalla noia, e con la soddisfazione di aver fatto seriamente preoccupare il Navarro scattando sull’Iseran nel 1992, con un ‘impresa dal sapore epico. Ben più consistente era la minaccia portata da Pantani. Se al Tour gli attacchi del Pirata costituivano una puntura di spillo visti i ritardi cronici che Marco accumulava a cronometro, al Giro del 1994, grazie a un percorso che favoriva gli scalatori, anche Pantani riuscì a precedere Indurain in classifica generale ( rispettivamente secondo e terzo). La leggenda di Pantani nacque nel giugno del 1994, quando Marco staccò tutti sul Mortirolo. Indurain limitò i danni, contenendo in 50 secondi il distacco dall’Elefantino: un’impresa eccellente, considerando le pendenze proibitive di quella montagna. Miguel pagò poi lo sforzo venendo staccato con una rasoiata dal giovane grimpeur romagnolo nel successivo valico di Santa Cristina. Quella giornata rimane tuttavia una delle pagine più eccitanti del ciclismo recente.

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