Riccò e l’ epocrisia
Riccardo Riccò ha certamente sbagliato, se le cose stanno effettivamente come sembrano,e pagherà il suo prezzo. Credeva di farla franca usando un prodotto di nuovissima generazione, ma per una volta le guardie si sono rivelate più furbe dei ladri. Che poi possa essere finito in mezzo alla lotta intestina tra UCI, Organizzatori dei Grandi Giri e i professionisti dell’antidoping che utilizzano l’arma del doping come una clava per le loro beghe di potere, non cambia la sostanza delle cose. Le imprese del modenese vengono dunque azzerate e prese a simbolo dell’eterno cancro doping, nonostante Laurent Fignon dopo la vittoriosa cavalcata pirenaica di domenica l’avesse trovata più umana rispetto al duello di scatti e contro-scatti di un anno fa tra Contador e Rasmussen.
Ma questo passa oggi il convento, e i moralisti della domenica sono pronti al consueto scaricabarile, sulla falsariga dell’ormai celebre “Ex direttore della Rosea su Pantani”. Se pochi giorni fa Riccò era una potenziale miniera d’oro per tutti, catalizzatore di ascolti televisivi, interessi, denaro fresco degli sponsor, adesso è il simbolo del male assoluto, “kamikaze” vergognoso, che in realtà è solo vittima di un sistema che non riesce a scendere dalla propria giostra veloce e si trova oltretutto con la pistola puntata alla tempia, unico sport con controlli antidoping seri.
Il ciclismo però non morirà mai: per dirla con il Paolo Conte di “Bartali”: “da quella curva lui spunterà“, chiunque esso sia.
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