Italia Ciclismo

Riccò e l’ epocrisia

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 17 Luglio 2008 @ 22:59

Riccardo Riccò ha certamente sbagliato, se le cose stanno effettivamente come sembrano,e pagherà il suo prezzo. Credeva di farla franca usando un prodotto di nuovissima generazione, ma per una volta le guardie si sono rivelate più furbe dei ladri. Che poi possa essere finito in mezzo alla lotta intestina tra UCI, Organizzatori dei Grandi Giri e i professionisti dell’antidoping che utilizzano l’arma del doping come una clava per le loro beghe di potere, non cambia la sostanza delle cose. Le imprese del modenese vengono dunque azzerate e prese a simbolo dell’eterno cancro doping, nonostante Laurent Fignon dopo la vittoriosa cavalcata pirenaica di domenica l’avesse trovata più umana rispetto al duello di scatti e contro-scatti di un anno fa tra Contador e Rasmussen.

Ma questo passa oggi il convento, e i moralisti della domenica sono pronti al consueto scaricabarile, sulla falsariga dell’ormai celebre “Ex direttore della Rosea su Pantani”. Se pochi giorni fa Riccò era una potenziale miniera d’oro per tutti, catalizzatore di ascolti televisivi, interessi, denaro fresco degli sponsor, adesso è il simbolo del male assoluto, “kamikaze” vergognoso, che in realtà è solo vittima di un sistema che non riesce a scendere dalla propria giostra veloce e si trova oltretutto con la pistola puntata alla tempia, unico sport con controlli antidoping seri.

Il ciclismo però non morirà mai: per dirla con il Paolo Conte di “Bartali”: “da quella curva lui spunterà“, chiunque esso sia.

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Il morso del cobra: Riccò si esalta sui Pirenei.

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 14 Luglio 2008 @ 12:34

E bravo Riccardo Riccò! Il cobra emiliano coglie la seconda vittoria di tappa sui Pirenei in altrettante tappe di (semi) montagna, e fa pregustare quello che potrà avvenire quando saranno varcate salite ben più poderose, dalla Bonette a l’Alpe d’Huez: e i media, non solo italiani, giustamente glorificano l’azione dell’alfiere della Saunier-Duval, sgusciato via con la perversa sinuosità di un crotalo. Il magnifico scatto sull’ Aspin ha dato una bella mazzata al gruppo di “vegetali” arroccati intorno al claudicante leader in pectore Cadel Evans, con Valverde piantato nonostante disponga di una corazzata e i robotini CSC di “mister 60%” Bjarne Riis che si stanno dilaniando in rivalità interne, per poi risultare palesemente incapaci di organizzare l’inseguimento persino nella discesa verso il traguardo. Una vittoria che ha ricordato la prima di Marco Pantani al Giro d’Italia nel 1994, quando il Pirata scatto sul Giove approfittando del grande sonno dei vari indurain e Bugno per poi planare come un falco verso Merano.

L’unico ad aver acceso un po’ le polveri dietro Riccardino è stato nientepopodimeno che Vincenzo Nibali: sì, proprio lui, colui che da due anni viene immancabilmente citato dagli addetti ai lavori come il futuro campionissimo di pedale azzurro ma che in questo Tour si è già scornato sulle asprezze della Grand Boucle. Evidentemente geloso verso chi campione lo è nato e non ha bisogno di maturare per diventarlo, il siciliano ha provato a riportare sotto il gruppo: tutto inutile, Riccò non ha perso un secondo del suo vantaggio ed ha colto sua seconda vittoria ( facendo meglio del suo ex capitano Simoni, capace di cogliere in Francia soltanto una misera vittoria di tappa, a proposito di rosiconi).

Si sprecano ovviamente i paragoni con Pantani, ma andiamo cauti. Parliamo di due scalatori diversi,appartenenti soprattutto a due epoche diverse: Marco asfissiava gli avversari sapendo dare continuità alla sua bruciante sparata iniziale, Riccò deve ancora dimostrare ciò in una salita tipo il Mortirolo, ma vanta maggiore velocità rispetto al romagnolo. Sicuramente Riccò è animato dalla medesima irrazionalità creativa del Pirata, e in questo primo scorcio di Tour sta rammentando proprio le imprese di Marco nel suo primo Tour del 1994. Ricordate? Marco non vinse nessuna tappa, perché peccò di inesperienza, attaccando ogni qualvolta la strada saliva. A Hautacam scattò sulle prime rampe, pagando poi dazio alla ruggine data dai 10 giorni di pianura e venne ripreso da un Indurain scatenato. Sul Ventoux diede una dimostrazione di forza pazzesca, peccato che la cima fosse a 40 chilometri e venne poi agguantato in pianura. E sulle Alpi le fughe partite da lontano pianificarono regolarmente tutti gli scatti che fecero venire il mal di testa al divin tenebroso Navarro e che gli permisero comunque di scalzare i galletti Virenque e Leblanc sul Podio nei Campi Elisi. Riccò ieri ha tentato un azzardo simile, e i suoi avversari si sono rivelati talmente pavidi da permettergli di far fruttare al meglio le sue carte. Ma il bello deve ancora venire: la posta in palio potrebbe rivelarsi ben più ghiotta.
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Sella re delle dolomiti, Contador in rosa

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 25 Maggio 2008 @ 21:18

Ricordate quando Marco Pantani monopolizzò un weekend dolomitico nel lontano 1994, con vittorie nei tapponi di Merano e Aprica. Lì nacque la sua leggenda del Pirata, che rivelò al mondo la sua pelata nel Mortirolo, quando stacco Indurain: la montagna dell’estasi e del tormento per il romagnolo, che non riuscì più a tornare sulla regina delle montagne ( infortuni nel 96 e nel 97, la beffa dello stop di Campiglio proprio poche ore prima di transitare in un Mortirolo prostrato ai suoi piedi). In quel lontano 1994 Gazzetta dello Sport titolò “Pantani sei un mito”. Pur non avendo scombussolato la classifica come il Pirata a suo tempo, l’impresa di Emanuele Sella in questi due giorni merita certamente l’onore e la gloria. Più che a Pantani, lo scricciolo della CSF andrebbe paragonato a Virenque o Chiappucci, dominatori delle montagne mediante fughe a lunga gittata. Se nella tappa di Pampeago Sella ha beneficiato delle polvere bagnate e del catenaccio tra i big aspiranti alla rosa, l’affermazione odierna nel tappone “Dolomiti Stars” è stata a dir poco stupefacente, passando sempre per primo nei 6 gran premi affrontati, per finire ovviamente col più importante, il Fedaia-Marmolada, la montagna rosa dello stesso Pantani. Pur non avendo avuto carta libera come il giorno prima, sul Fedaia ha avuto una marcia in più arrivando persino a dilatare il suo vantaggio sul gruppo degli attendisti aspiranti in rosa.

Ancora niente di definitivo invece in ottica rosa. Pur in difficoltà sul Giau, Contador si è preso le stimmate del primato lasciando sfogare Riccò - rimasto privo del suo fido scudiero Piepoli - sulle spietate rampe della Marmolada, quelle stesse rampe che invece hanno clamorosamente respinto le velleità di un Pellizzotti attaccatosi da solo al gancio, mentre Kloeden ha confermato che le salite secche e aspre delle dolomiti non fanno al suo caso. Tenaci Di Luca, Simoni e Menchov, ma domani nella terribile cronoscalata di Corones la maglia gialla 2007 - al quale il sole della Playa de la Caleta prima del Giro pare abbia fatto benissimo - potrà dare il primo scossone alla classifica.

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Giro d’italia: l’eterna saga rosa al debutto

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 10 Maggio 2008 @ 13:48

Scenario epico per la partenza del Giro d’Italia, con la cronosquadre di Palermo che toccherà il Teatro Massimo. Chi si intende di cinema, ricorderà la tragica conclusione della Saga de “Il Padrino” con un magistrale Al Pacino proprio in quel sontuoso scenario. Nessuno spargimento di sangue, a meno che non sia quello dei vampiri dell’ UCI, nelle intenzioni di Zomegnan: il quale, per dare un po’ di interesse fuori dai patri confini a una corsa sempre più autarchica ( l’ultimo vincitore non italiano è stato Tonkov nel 1996) ha chiamato in extremis al capezzale della corsa rosa la discussa Astana e il suo tris d’assi Kloeden, Leipheimer e soprattutto Alberto Contador, re del Tour esiliato dalla Grande Boucle.

L’ex luogotenente di Ullrich viene da un Giro di Romandia corso a mille, è forte a cronometro e tiene bene in salita. Peccato che su salite come Marmolada o Mortirolo rischia di fare la fine del Zuelle 1998, dominatore tra cronometro e media montagna fino a quando lo scatto di Pantani sul Fedaia non gli fece perdere pure le mutande. Tutto da decifrare il ruolo di Contador, che in pratica arriva al Giro senza un’adeguata preparazione sulle gambe, nonostante ottimi riscontri al Giro dei Paesi Baschi di un mese fa. Poco spazio ci sembra avere Menchov: anche Zuelle arrivò in Italia con due Vuelta sul petto del resto….

Tra gli italiani,ci sarà certamente Danilo Di Luca in prima fila, e non solo perché la difesa della maglia rosa lo impone. La rabbia per aver dovuto perdere la “sua” Liegi farà il resto. A cercare di rompergli le uova nel paniere saranno l’eterno Simoni, che come sempre farà il diavolo a quattro sulle sue montagne. Vedremo poi come si comporterà la tenaglia di scalatori della Saunier-Duval. Riccardo Riccò non ha entusiasmato in qeusto primo scorcio di 2008, e dovrà chiedere al compagno Leonardo Piepoli perle della sua saggezza per gestire la propria esplosività in un’ultima settimana che promette faville. Per adesso, la carovana si fa cullare dalle fragranze mediterranee di un’isola che ha sempre regalato passione sicilia1_es.jpg

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Liegi sorride a Valverde, di nuovo “embatido”

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 28 Aprile 2008 @ 00:46

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Dopo una stagione di luci e ombre, Alejandro Valverde torna prepotentemente sulla scena, cogliendo la seconda vittoria in tre anni nella indiscussa regina delle classiche, la Liegi-Bastogne-Liegi. Un successo in pieno stile “Valv-Piti”, l’implacabile succhiaruote attendista che non ha quasi mai la gamba migliore, ma è il più scaltro, intelligente e dotato di quell’istinto killer capace di fregare i suoi avversari. A proposito di killer, mancava l’ultimo vincitore della Liegi, quel Danilo Di Luca che un anno fa si dimostrò pane duro per i denti da sciacallo dello stesso Alejandro, e il murciano ne ha prontamente approfittato per giocare come il gatto col topo coi suoi avversari.

A dire il vero, nel momento topico della corsa, Valverde ha tardato a mettersi in moto. Parliamo della splendida Côte de la Roche-aux-Faucons, a 20 km dal traguardo, l’inedita salita taglia-gambe che ha ulteriormente vivacizzato il canovaccio della Doyenne. Dopo che Paolo Bettini aveva illuso con alcuni scatti spettacolari sulla Redoute, Frank Schleck apriva il fuoco sulla salita che ha rimpiazzato la cara vecchia salita dell’Università, seguito a ruota da Davide Rebellin: era l’azione decisiva, anche perché Riis aveva mandato in avanscoperta il fratellino Andy per la manovra a tenaglia dei panzer CSC. Valverde riusciva però a riagguantare coi denti Schleck, a differenza dei due grandi favoriti della viglia, Cunego e Evans, che perdevano inesorabilmente le ruote.

Frank Schleck provava il numero sulla salita di Saint-Nicolas per scrollarsi di dosso il velocissimo Alejandro e l’irridicubile Rebellin, ma il suo forcing non aveva l’efficacia necessaria e nemmeno i tentativi di Andy di seminare zizzania nei tratti di falsopiano produceva effetto. Si arrivava cosi alla salitella che conduce al traguardo di Ans, laddove Bartoli nel 1997 fregò Jalabert e Zuelle, senza che nulla accadesse. Inevitabile la volata, vinta in scioltezza dall’embatido, il miracolato della Operacion Puerto che ritrova lo smalto giusto per avviarsi al Tour.

Grande sconfitta di giornata, la corazzata CSC: Frank Schleck è un perdente nato, e dovrà pensarci il ragazzino Andy a tenere alto il nome di famiglia, magari già al Tour. Brutta giornata anche per i colori azzurri: se il migliore è il trentasettenne Rebellin, qualcosa non funziona. Cunego è stato respinto proprio dalla nuova salita che aveva salutato come una benedizione, ei crampi nel finale lo hanno fatto scivolare ancora più indietro. Non pervenuto lo smargiasso Riccò della viglia, mentre i numeri di Bettini sono serviti solo al pubblico sulle strade.

Vincitrice assoluta, ancora una volta, la “doyenne”.

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Cunego, re tra i tulipani

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 21 Aprile 2008 @ 14:03

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L’annoso dilemma attorno a Damiano Cunego ( corridore da classiche o da grandi giri ?) sta forse allentandosi in questa prima parte di 2008. prima la decisione del campioncino veronese di non correre quel Giro d’Italia che negli ultimi anni gli ha regalato soltanto delusioni. Illusi dalla splendida ma proabilmente irripetibile vittoria in rosa del 2004, molti critici non gli hanno perdonato gli sbandamenti degli anni successivi: perso tra l’inseguimento in salita verso i Basso che salivano come treni e il rischio di snaturarsi per limare qualche secondo a cronometro. E dopo la doppietta al Lombardia, il partito del Cunego corridore di un giorno ha trovato nuova linfa con la prepotente affermazione di Damiano nella Amstel Gold Race, perfetto viatico per le corse delle Ardenne: Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi.

Cunego ha vinto con autorità a Valkenburg, confermando la tradizione positiva per pedale azzurro in Olanda ( da Zanini a Di Luca). Vittoria significativa, perché ottenuta contro il gotha delle classiche vallonate. A fargli compagni sul podio sono infatti Frank Schleck, già vincitore a Valkenburg e alfiere della corazzata CSC e quel Valverde che aveva preceduto Damiano nel traguardo di Liegi due anni orsono. Il lussemburghese ha cercato di saltare il banco scattando a 500 metri dall’arrivo sul Cauberg, lo strappo all8% in cima al quale è posto il traguardo. Ma Il Cunego attuale resiste senza patemi su salite che non siano quelle dolomitiche e in volata è troppo veloce, come sa bene il Riccò che si è arreso a Damiano all’ultimo Lombardia. Il pupillo di Bjarne Rjis deve dunque arrendersi a capo chino al cospetto del corridore perfetto per l’alternativa a Bettini nel mondiale di Varese.

La stagione del capitano Lampre del resto si giocherà su due tavoli:Grande Boucle in primis, edizione mutilata dalle assenze di Contador e dei pesci rimasti impigliati nelle maglie del’antidoping ( da Basso a Vinoukurov), e potrebbero esserci molte sorpese. E poi le classiche, a cominciare da quella Liegi-Bastogne-Liegi che sembra disegnata su misura per consacrare Damiano come freccia principe di Pedale Azzurro in vista dell’appuntamento iridato.

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Boonen, re del pavé

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Enrico Ramani 13 Aprile 2008 @ 20:29

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Torna a primeggiare in una classica Tom Boonen, e l’ex campione del mondo sceglie una cornice di gran lusso: la Parigi-Roubaix, l’inferno del pavé già conquistato dal divo belga nella stua stagione d’oro, il 2005. Dopo aver mandato a raccogliere gloria nel “suo” Giro delle Fiandre il gregario Devolder, l’uomo di Anversa ha pensato fosse tempo di riprendersi una vittoria di prestigio, condita da un tempo primaverile che ha reso meno “epica” la cavalcata dei corridori, ma non meno avvincente.

Boonen ha regolato allo sprint un terzetto di altissimo lignaggio ciclistico sul pavè, con Tre Fiandre e due Roubaixnel palmarès: Fabian Cancellara e Alessandro Ballan. I tre si erano involati a trentacinque chilometri dal traguardo, dopo aver mosso alcune pedine ( Devolder e McGrady) per saggiare il terreno, salutando il resto della compagnia con un’ azione potente e affilata come una lama. Essendo il belga il più veloce, Cancellara avrebbe dovuto provarle tutte, con quelle sue classiche tirate da cronoman che sono ormai il marchio di fabbrica del pupillo di Bjarne Rjis. Ma Boonen appariva troppo in palla, e in alcuni frangenti, come sul Camphin-en-Pévèle, era il capitano della Quick-step a dare l’impressione di voler lasciare la compagnia: difficile ipotizzare una manovra a tenaglia italo-svizzera per emarginare Tom. A 17 chilometri dall’arrivo, al Carrefour d’Arbres, l’elvetico paisà provava finalmente la stoccata da finisseur à la Sanremo, ed era lo stesso Boonen a ricicuire lo strappo senza spettinare più di tanto la criniera, dato che Ballan era sembrato sorpreso. Il portacolori della Lampre non è sembrato in una giornata da leoni, nessuna sciabolata è partita dal suo pedale, come se volesse accontentarsi di un podio di prestigio accanto ai due mostri sacri, uno dei quali appariva in giornata di grazia. Non a caso il veneto è entrato per primo nel velodromo di Roubaix, come se dovesse tirare la volata a un Boonen che in tutta scioltezza ha messo il turbo vincendo con 10 metri di distacco. Per pedale azzurro, la speranza di cogliere la prima affermazione di prestigio in quella che un tempo era la vecchia coppa del mondo passa domenica per l’Amstel Gold Race e una settimana dopo per la vera regina delle classiche, sovente territorio di caccia tricolore: la Liège-Bastogne-Liège.

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Di Luca: la pipì degli angeli può costargli due anni

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 27 Febbraio 2008 @ 15:08

Mentre qualcosa, dopo gli anni dell’immobilismo, si muove anche in Spagna ( Operacion Puerto riaperta, Contador apppiedato dal Tour) Torquemada Torri si riprende il centro della ribalta e piazza un affondo dei suoi. L’Ufficio di Procura antidoping del Coni ha disposto il deferimento di Danilo Di Luca al Giudice di ultima istanza. La vicenda è relativa al controllo antidoping eseguito dopo la tappa dello Zoncolan, la 17ª del Giro d’Italia 2007, che aveva evidenziato valori giudicati “anomali” dagli ispettori del Coni. Il vincitore dell’ultima corsa rosa, già sospeso per tre mesi in seguito alla frequentazione del dottor Santuccione alla vigilia del Mondiale di Stoccarda, rischia due anni di squalifica per violazione dell’articolo 2.2 del Codice Wada.

La Procura antidoping del Coni contesterebbe al killer abruzzese di essersi sottoposto a una flebo (di acqua o fisiologica) nel tempo intercorso tra il controllo antidoping Uci della tappa Zoncolan e il controllo a sorpresa a cui la Procura ha sottoposto il vincitore della corsa rosa 2007 la sera stessa dello Zoncolan. A dicembre l’abruzzese era stato ascoltato da Ettore Torri, capo della Procura antidoping, che aveva comunicato i risultati della relazione del professor Cappa, illustre ematologo, chiamato a spiegare le edulcorazioni ( la famosa “pipì degli angeli” ) riscontrate nei profili ormonali. La tappa dello Zoncolan fu l’unica chiusa in affanno da Di Luca, il quale arrivò leggermente staccato dal trio di testa Simoni, Piepoli e Schleck.

La richiesta è di quelle che fanno tremare i polsi, e pare francamente eccessiva ( non trattandosi di positività oggettiva). Di Luca ha gia’ dovuto saltare l’ultimo Giro di Lombardia per via di una squalifica di tre mesi decisa il 16 ottobre 2007 dal Gui nel corso dell’inchiesta Oil for Drug. Invece, per il deferimento nel corso dello stesso procedimento aveva perso il Mondiale di Stoccarda ed era stato squalificato dalla classifica del Pro Tour 2007, nella quale era il primo in graduatoria. Dopo l’anno da sogno, nel quale aveva dominato Liegi-Bastogne-Liegi e Giro, che è sfociato in incubo, per Di Luca il 2008 potrebbe essere ancora più amaro.

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Riccardo Riccò: orizzonti di gloria

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Enrico Ramani 2 Febbraio 2008 @ 15:31

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Riccardo Riccò è stato certamente il personaggio di maggior spicco mediatico nel panorama ciclistico azzurro del 2007. Non ha vinto un grande giro come Di Luca, non si è confermato campione del mondo come Bettini, ha persino perso in volata il Lombardia: ad essere cattivi come Fiippo Pozzato, “non ha vinto che una tappa al Giro regalata da Piepoli“. Eppure il “cobra” emiliano ha saputo toccare le giuste corde degli addetti ai lavori e degli appassionati. Velenoso tanto negli strali e nelle polemiche contro i colleghi, quanto in quelle sparate in salita che gli hanno regalato la notorietà, come lo stupendo e illusorio scatto sul Poggio, che lo ha rivelato al mondo nella Milano-Sanremo di un anno fa, o con la cavalcata con il “trullo volante” verso le Tre Cime di Lavaredo.C’è ormai un’ampia letteratura in merito alle polemiche tra Riccò e i suoi colleghi. Riccardo è un cavallo di razza, e come tale ama correre a briglie sciolte. Non apprezza certe logiche corporative in seno al gruppo: è rimasta celebre la sua definizione di “vegetali” per i corridori che sfruttano il lavoro altrui e per i vari succhiaruote. Se interpellato sui colleghi, non sciorina il consueto campionario di luoghi comuni degli sportivi, ma dimostra di pensare con la propria testa e sovente affonda la lama: ne sa qualcosa lo stesso Pozzato, definito “un campione con la c minuscola“, o lo stesso Vincenzo Nibali, altro corridore giovane che darà vita con Riccardo a eccitanti duelli, ne siamo certi. E sovente certi atteggiamenti si pagano: tutti ricordiamo la vendetta del plotone al Giro, quando la sua fuga con relativa possibilità di andare in rosa venne tarpata con l’isolamento di Riccò nella tappa di Fiorano. Questa sua spacconaggine un po’ ruspante e naif lo fa però amare al grande pubblico, anche perché in corsa ciò si traduce con una generosità fuori dal comune. Lo ha dimostrato del resto proprio al Lombardia, dove non si è prestato a calcoli e ha ravvivato la corsa pur consapevole che arrivando in volata con Damiano Cunego sarebbe stato battuto.

Riccò ricorda un po’ Claudio Chiappucci: anche il diablo varesino agitava le acque con i suoi inimitabili slanci, ed era sovente tagliente e sprezzante nei giudizi sui colleghi, molti dei quali lo detestavano perché li obbligava con le sue fughe a fatiche immani per rientrare entro il tempo massimo. Lo scalatore modenese ha pero una classe intrinseca superiore a quella dello sfortunato omino di ferro: i suoi orizzonti ci paiono perciò più rosei. Al Giro d’Italia 2008 la risposta, e stavolta il golden boy avrà i gradi di capitano della Saunier Duval accanto a Piepoli: il percorso piace parecchio a Riccò, il quale farà sognare tutti i tifosi nella salita romagnola del Carpegna, quella in cui Marco Pantani preparava i suoi trionfi al Giro e al Tour. La definitiva consacrazione di Riccardo Riccò sarà con ogni probabilità su quelle rampe.


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Loddo brucia Boonen, prima vittoria azzurra del 2008

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 30 Gennaio 2008 @ 16:44

Primo sigillo per pedale azzurro nel 2008 ad opera di Alberto Loddo, il ventinovenne velocista sardo, della Tinkoff Credit Systems. Il corridore di Capoterra ( provincia di Cagliari) sul traguardo della quarta tappa del Giro del Qatar (Khalifa
Stadium-Al Khor Corniche di 131,5 km) ha magistralmente preceduto l’ex campione del mondo Tom Boonen (leader della corsa e vincitore delle tappe precedenti) e tutto il gruppo. Uno sprint di rara potenza quello di Loddo che con grande mestiere ha saputo contenere il ritorno degli avversari: ”E’ stato come toccare il cielo con un dito anche perché battere un Boonen di questa portata non era cosa facile ma grazie all’aiuto dei miei compagni
di squadra ci siamo riusciti
- ha commentato Loddo-. Dedico questo successo al presidente Oleg Tinkov e soprattutto a Ernesto Colnago che fortemente mi ha
voluto in questa squadra
”. Fu infatti Colnago a traghettare dal mondo dei dilettanti
al professionismo l’unico corridore sardo attualmente nel plotone dopo il passato di quest’ultimo per i tipi della Zoccorinese di Olivano Locatelli con la quale ottenne 26 affermazioni.

Loddo sta dimostrando che il suo curriculum, che ne fa il corridore sardo più vincente di sempre, non è certo dovuto al caso e spera di proseguire in scioltezza questa annata, anche per dimenticare la grande amarezza di un anno fa. Nel 2007 infatti, come tutti ricordano, il Giro d’Italia fece il suo ritorno in Sardegna dopo 16 anni, ma la allora squadra di Loddo non venne invitata. Amarezza acuita dal fatto che vi era una tappa, la Barumini-Cagliari, che sembrava appositamente disegnata per le doti di Loddo, con l’arrivo pianeggiante nel porfido di Via Roma che poi sarebbe stato appannaggio del principe delle ruote veloci, ovvero Alessandro Petacchi, con Loddo che dovette accontentarsi di commentare la corsa in tv.
Un destino che sembra da sempre negare a Loddo la possibilità di essere profeta in patria, per lui che a 16 anni fu costretto a emigrare in Lombardia per inseguire la sua passione, data la cronica debolezza del settore in Sardegna, e che sembra proseguire con l’annullamento del Giro Di Sardegna 2008, che pareva ormai essere riapparso nel calendario delle corse dopo 10 anni di oblio. Una vittoria ottenuta contro un avversario del calibro di Boonen e la consapevolezza che una squadra importante come la Tinkoff ha puntato su di lui, può servire come un’ ulteriore iniezione di fiducia. Senza contare che nelle fila del team russo figurano elementi come Serov,Trussov e Rovny ( tutti con un passato nel quartetto dell’inseguimento a squadre) o lo stesso Ignatiev ( quando non parte per le sue celeberrime fughe da lontano): tutta gente in grado di superare i 60 Km all’ora in pianura e di costituire quel “treno” che è sovente premessa indispensabile per le vittorie delle ruote veloci.loddo.jpg

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