Italia Ciclismo

Cade l’Ultimo Velo sul doping: la Telekom confessa

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 24 Maggio 2007 @ 12:51

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Ciclismo e doping sembrano costituire da anni un binomio indissolubile, fin dagli albori dell’epopea sui pedali. Coppi e la sua “bomba”, Anquetil che diede dello stupido ( o dell’ipocrita) a chi pensava che un corridore potesse andare avanti a pane e acqua, Tommy Simpson sfiancato dalle anfetamine sotto il sole implacabile del Mont Ventoux. Ma allora non si trattava di un fenomeno endemico, di un cancro in grado di divorare ogni centimetro del sistema. In tanti rimanevano imbrigliati nelle maglie dell’antidoping ( Merckx in primis), ma né più e né meno di tanti altri sport.
Poi, negli anni 80 sono entrati in scena gli stregoni, i vari Dottor Faust dal camice bianco e dal sorriso rassicurante. Scoperchiando il vaso di Pandora del doping ematico, trovarono la soluzione per dilatare oltre ogni limite le potenzialità dei ciclisti impunemente. “Tutto ciò che non è rintracciato ai controlli non è doping”, pontificava uno dei più celebri dottori in questione. Erano gli anni dell’Eritropoietina libera, farmaco sintetico che aumentava a dismisura i globuli rossi nel sangue e la capacità di trasportare ossigeno ai muscoli. Originariamente pensato solo per determinate categorie di malati, diventò in breve tempo uno dei farmaci più venduti al mondo: e non solo per ciclisti.
Chi non ricorda le prestazioni disumane di tanti corridori: salite terribili affrontate come su motorini, andature folli in ogni tappa, record dell’ora sbriciolati a ripetizione e via dicendo. Lo scandalo della Festina nel 1998 fece capire inequivocabilmente cosa c’era dietro, le inchieste giudiziarie ( insabbiate dalla prescrizione, ma con impianti accusatori confermati nel merito) e il caso Pantani diedero il colpo di grazia nell’immaginario collettivo a quel decennio maledetto. Il Dottor Faust a tanti ha presentato il conto del resto: tanti i casi di ciclisti uccisi da malori riconducibili all’abuso di Epo, soprattutto tra i giovanissimi: “Se mi avessero detto che per vincere il Tour avrei dovuto bere un litro di benzina, lo avrei fatto” confessò il primo pentito del doping, Erwann Menthoeur
Le confessioni sull’ utilizzo sistematico di EPO di questi giorni da parte di ex corridori ( tra cui Erik Zabel) della Deutsche Telekom, squadra mito a metà anni 90 con corridori che dominarono due Tour de France, non ha fatto che riaprire quella ferita per chi passava interi pomeriggi estivi a investire montagne di emozioni e sogni sulle salite delle Alpi o dei Pirenei. Non che le cose siano cambiate. Jan Ullrich, enfant-prodige al tempo in cui la Deutsche Telekom si issava “uber alles” nelle strade del Tour e oggi principale caduto nell’infausta “Operacion Puerto” assieme a Ivan Basso, è il simbolo dell’unione tra queste due epoche: proprio come quel Lance Armstrong che ha dominato questo decennio affidandosi ai consigli del medico più chiacchierato degli Anni 90, quel medico. Non si sa cosa riserverà il futuro, con la “Operacion Puerto” ancora lungi dall’aver esaurito i suoi veleni e le sue verità. Il Dottor Faust alla fine presenta il conto, si diceva. E adesso è forse destinato a pagarlo tutto il ciclismo.

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1 commento »

  1. Purtroppo quella del doping è una triste realtà sempre di più legata allo sport agonistico ma non soltanto. Nelle palestre i body builders s’imbottiscono di tutto ciò che può aiutare a diventare dei novelli Schwarzengger. Poveri reni!
    Tornando al doping nel ciclismo, che dire? Speriamo che gli atleti usino delle sostanze meno nocive e che le competizioni diventino progressivamente più genuine.
    Articolo completo e ben fatto. 10 e lode!

    Commento di Manuel — 27 Maggio 2007 @ 17:28

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