Ascesa e caduta di Bjarne Riis, “Mister 60%”
Bjarne Riis è da tempo sinonimo di ciclismo torbido: sia da corridore, quando da gregario si inventò campione dopo i 30 anni riuscendo persino a vincere un Tour de France, sia da direttore sportivo, mentore di Ivan Basso, poi scaricato ai prodromi dell’Operacion Puerto.
Nato in Danimarca nel 1964 ( lo stesso anno di Bugno e Indurain),Bjarne iniziò a farsi notare dal plotone nei primissimi anni 90: ragazzone pesante e sgraziato in bicicletta, con pochi capelli ma con una buona capacità di “portare i bidoni” come dicono in Francia: in questo caso, alla Castorama del declinante Laurent Fignon. Un ciclista senza infamia e senza lode, come se ne vedono tanti: chi avrebbe mai detto ci si trovava di fronte a una futura maglia gialla?
La svolta della carriera di Bjarne arriva nel 1992, col trasferimento in Italia, alla Ceramiche Ariostea. Nei primi anni 90 l’Italia inizia essere il paese del Bengodi del doping ematico: certamente non l’unico paese in Europa (il ritiro collettivo dell’olandese PDM al Tour del 1991 dice tutto, per una “intossicazione alimentare”..)ma era in Italia il paese in cui certe pratiche venivano fatte meglio, sopratutto grazie ad alcuni discussi preparatori e medici: straordinari nel dosare e gestire pratiche illecite.
Il boom di Bjarne comincia nel 1993: una vittoria di tappa al Giro d’Italia, e uno stupefacente quinto posto in classifica generale al Tour de France. Bjarne è straordinario in salita, specialmente nel tappone alpino di Isola 2000 resiste coi migliori: il suo modo di aggredire le salite è quanto di esteticamente più brutto esista, con quelle fauci perennemente aperte ad acchiappare qualsiasi atomo di aria, ma già particolarmente efficace. Nel 1994 Bjarne segue quel troncone dell’Ariostea che si accasa nella rampante Gewiss di Argentin e Bombini: la squadra mito del dopin in quegli anni, capace di vincere qualsiasi corsa e di piazzare tre corridori ai primi tre posti alla Freccia Vallone. Il medico di quella squadra era Michele Ferrari, il quale in quei giorni asseriva candidamente che la famigerata eritropoieina non era più pericolosa di dieci litri di succhi di frutta. In mezzo a “fenomeni” come Furlan, Berzin e Ugrumov, Bjarne fa fatica ad emergere, ma il suo momento di gloria arriva l’anno dopo. Al Tour de France del 1995 arriva persino terzo: disumana la sua prestazione nella crono di Liegi, quando spinge Indurain al limite, mentre sull’Alpe d’Huez regge perfettamente alla tenaglia Indurain-Zuelle. Ormai la trasformazione fisica di Riis è sotto gli occhi di tutti, è un autentico mostro. Si parla apertamente di Epo, ma certamente anche l’ormone della crescita ( quelle mascelle squadrate…), vietatissimo e tuttora introvabile ai test, non era estraneo alla dieta di un campione che viene seguito all’epoca dal celebre Luigi Cecchini.
Riis a quel punto è ormai un potenziale vincitore del Tour, e per inseguire la maglia gialla si trasferisce alla emergente Deutsche Telekom nel 1996, dato che alla Gewiss puntavano ancora sulla meteora Berzin. Nel 1996 la squadra tedesca domina il Tour, portando Riis in maglia gialla sui Campi elisi, e il giovane Ullrich al secondo posto. Bjarne domina la Grande Boucle, conquistando la maglia gialla con un disumano attacco sul Monginevro, e sbriciolando i residui sogni di Indurain e Rominger a Hautacam, la montagna che sovrasta Lourdes ( dato che siamo in tema di miracoli…). In quel periodo inizia a essere di pubblico dominio il soprannome del danese: “mister 60%”, in virtù di un tasso di ematocrito perennemente altissimo, che sarebbe persino arrivato a 64% in alcuni casi. Sangue denso come melassa, globuli rossi in eccesso in grado di pompare carburante felicemente grazie appunto all’EPO. Le cose iniziano però a cambiare a fine 1996: molti casi di ciclisti scampati per un pelo alla morte spingono gli stessi corridori a chiedere all’ UCI di fissare il controverso limite del 50% ( peraltro aggirabile grazie all’Emagel e a varie diavolerie), fattosta che dal 1997 inizia il declino di Riis, al massimo vincitore di una Amstel Gold Race. Nel Tour di quell’anno riesce peraltro a salvare la maglia gialla del suo delfino Jan Ullrich dall’attacco della Festina di Richard Virenque ( altri nomi certamente che non evocano pulizia…) sul Col de la Madeleine. Vittima di un grave infortunio al ginocchio, Riis si ritira definitivamente nel 2o00. Inizia allora una carriera da Direttore sportivo alla CSC particolarmente proficua, specialmente grazie alla scoperta di Ivan Basso, che sotto la guida di Riis si trasforma in un cannibale, capace di impensierire Armstrong al Tour e di stravincere il Giro d’Italia del 2006. Fino allo scoppio dell’Operazione Puerto, con Basso scaricato brutalmente dall’inflessibile Riis.
Il resto è storia dei nostri giorni. L’onda lunga dello scandalko Ullrich coinvolge tutti i menri di quella Deutsche Telekom, e lo stesso Riss è stato costretto ad ammettere di aver preso EPO negli anni d’oro della sua carriera, come del resto era consuetudine per tutti ( si vedano anche le recenti dichiarazioni del suo ex compagno all’Ariostea Rolf Jaermann). Il segreto di Pulcinella, lo chiamano a Napoli. Restano da chiarire alcuni punti, forse. Cosa avrà da dire Luigi Cecchini su queste dichiarazioni? Quando Riis vinceva il Tour, il medico toscano era prodigo di spiegazioni “razionali” sull’improvvisa esplosione del suo pupillo danese, adesso tace. Ricordiamo che certi medici, lo stesso discorso vale per Ferrari, continuano tranquillamente a collaborare nel mondo del ciclismo. E infine: qualcuno potrà togliere la longa manus di Riis dalla carriera del nuovo prodigio della CSC, Andy Schleck?










