Italia Ciclismo

Marco Pantani e i due volti del Fedaia

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 28 Agosto 2007 @ 23:49

Il passo Fedaia è tra le montagne mito del Giro d’Italia. Questo sontuoso passo alpino che scollina a oltre 2000 metri sotto l’imponente ghiacciaio della Marmolada, forse meno aspro e ardente in quanto a pendenze rispetto al Mortirolo o allo Zoncolan, vanta però una collocazione strategica nel cuore dello scacchiere dolomitico che ne ha fatto sovente lo snodo cruciale delle disfide in Rosa. 13 chilometri di lunghezza, 1059 metri di dislivello, pendenza media del 7.7 % e punte che arrivano al 18%: numeri che sono una goduria per chiunque ami la strada quando si impenna sotto le ruote.
La prima parte è dolcemente ingannevole, fino a Malga Ciapela, là dove la strada trova pendenze più cattive su un rettilineo lungo tre chilometri che arriva al 15% e sembra non terminare mai, per proseguire inesorabile fino allo scollinamento.

1998. Marco Pantani riprova a fare saltare il banco al Giro d’Italia, quattro anni dopo essersi rivelato con le pirotecnie sul Mortirolo e il geniale e sfortunato attacco a lunga gittata alla maglia rosa Berzin sul Colle dell’Agnello. La sfortuna che gli aveva precluso o inficiato la partecipazione alla corsa più amata nei tre anni precedenti placa la sua temibile morsa, e il Pirata può di nuovo giocarsi le sue carte. I suoi rivali sono Alex Zuelle, il leader della corsa, e il tenace Pavel Tonkov. L’elvetico ha umiliato Pantani nella salita di Lago Laceno, e soprattutto nella cronometro di Trieste, concedendosi il lusso di raggiungere e superarlo nel lungomare di Barcola. Il russo invece è il corridore più completo e, a differenza di Zuelle, sa come ci si comporta sulle Dolomiti. Il tappone di Selva Val Gardena ha il suo fulcro proprio nel Fedaia- Marmolada. Pantani è foderato nella maglia verde di leader della montagna: per molti sarà il suo unico trofeo a fine Giro, ed egli sa che dovrà inventare un numero dei suoi. Eppure il Pirata è nervoso, quasi impaurito. Si rivolge al fido gregario Conti mentre inizia il celebre rettilineo di Malga Ciapela: “Ma quando inizia il Marmolada?“. Zuelle inizia a boccheggiare: il capitano della Festina ha vinto due Vuelta, ma certe montagne le ha appena assaggiate al Tour de France, quando a La Plagne nel 1995 si inventò gigante mettendo in crisi Indurain, e lasciandosi dietro proprio Pantani e Tonkov. Ma le Dolomiti non perdonano: più cerchi di resistere e più ti avviti, contorto in un cappio impetoso. Tonkov capisce che Zuelle quel giorno perderà anche le mutande e si guarda intorno, cercando di scorgere le intenzioni di Pantani. Ma il romagnolo è avvolto da una strana apatia, una inconscia paura di andare incontro al suo meritato destino da trionfatore. E allora è Tonkov ad accendere la miccia, scattando e iniziando a mandare Zuelle alla deriva. E’ quello il momento in cui Marco si toglie il velo pesantissimo dei dubbi e delle paranoie, rispondendo con vigore alla sciabolata del russo. Il tratto è il più faticoso, ma il due volte vincitore sull’Alpe d’Huez sembra pedalare su un invisibile cavalcavia, si invola solitario con una frequenza di pedalate disarmante per gli avversari, in primis un Tonkov che in quel preciso istante perde il proprio Giro. E’ vero, ci sarebbe poi stato il duello rusticano a Monte Campione, ma è qui che Pavel non coglie l’attimo. Pantani infatti trova poi la collaborazione di Guerini, e i due d’amore e d’accordo vanno fino al traguardo: a “Beppe turbo” la vittoria di tappa, allo scalatore romagnolo la prima investitura in rosa della carriera. Ecco perchè il primo volto del Fedaia è per lui soave e infinito, una danza di gloria accecante.

2001. Sono passati tre anni, ma è come se fosse un secolo. Madonna di Campiglio e il buio di una carriera sbriciolata. Un anno di limbo, e brandelli di grandeur strappati nei duelli con Armstrong sulle Alpi al Tour del 2000. Il Giro del 2001 non nasce certo sotto buoni auspici, vedendo Pantani perso nella mediocrità nella insignificante salita verso Montevergine. Quando arriva il tappone alpino, con arrivo sul Pordoi, i più irriducibili tifosi nutrono ancora qualche speranza di resurrezione. Perché quel giorno la carovana salirà sul Fedaia, il gigante rosa nella mitologia del Pirata. Ma nel momento in cui si intrecciano le lame degli uomini di classifica su quel celebre rettilineo infernale, la pelata del Pirata già non c’è più. Risucchiata dietro, si confonde con quella del suo ex gregario Garzelli, al quale il Pirata aveva dato una mano l’anno prima sull’Izoard, aiutandolo a scardinare le ingenue difese di Casagrande e Simoni nella corsa in rosa. Il Pirata stavolta non s’alza sui pedali, ma fluttua stancamente. Stavolta la Marmolada respinge le sue velleità, ammesso che nei suoi pensieri di allora la cosa avesse una qualche importanza. Il suo volto non è più quello quasi impaurito e incosciente di tre anni prima, ma rassegnato e assente. L’ anno dopo avrebbe lui stesso messo pedale a terra prima di affrontare il Fedaia: forse per non rivedere in quel famoso rettilineo squarci e frammenti di una gloria che ormai gli era del tutto indifferente.pant.jpg

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Bertagnolli, un “cuore matto” a San Sebastian

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Enrico Ramani 5 Agosto 2007 @ 00:13

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Torna il grande ciclismo a una settimana dalla fine di uno dei più tumefatti Tour de France di sempre, e regala una bella perla al ciclismo tricolore: la Clasica di San Sebastian , giunta alla ventisettesima edizione, premia un corridore italiano, a quattro anni di distanza dall’affermazione di Bettini. Leonardo Bertagnolli ha trionfato nel Boulevard della splendida citttà basca, dopo aver battuto in volata il compagno di fuga Manuel Garate: i due si erano sganciati dal gruppetto che sembrava si sarebbe giocato la vittoria con una incursiona garibaldina a 12 km dal traguardo. Tale drappello, composto da alcuni big quali Valverde, Sastre, Frank Schleck e il campione italiano Visconti, ha faticato a capire la portata dell’impresa dei due. Troppo impegnati a marcarsi prima, e indecisi una volta che la frittata era fatta ( anche perché avrebbero portato in carrozza Valverde, che non a caso ha vinto agevolmente la volata per il terzo posto). I due fuggitivi hanno proseguito d’amore e d’accordo fino al suggestivo Boulevard: la volata è stata lanciata da Garate ai 250 metri, ma Bertagnolli è riuscito a prendergli la ruota e a passarlo agevolmente a 100 metri dal traguardo. Una vittoria pregna di significati per un corridore che diversi mesi fa era stato appiedato a causa di una aritmia cardiaca. Gregario di Di Luca alla Liquigas, per il “Cuore Matto” trentino si apre un finale di stagione davvero interessante, che con la Vuelta che potrebbe fungere da trampolino di lancio per il mondiale di Stoccarda.

La clasica di San Sebastian per tanti anni ha coinciso con la Jaizkibel, la salita mito attorno a San Sebastian ( 8 km al 6% di pendenza) che in passato ha catapultato verso la vittoria campioni quali Indurain, Bugno e Chiappucci. Nella vetta dello Jaizkibel, posta a 32 chilometri dal traguardo, transitavano i fuggitivi di giornata Arrieta, Van de Walle e Arbasini, poi inesorabilmente ripresi dal gruppo. Perdita di fascino per questa splendida salita, e forse meno appeal anche per una corsa che sembra un po’ stritolata all’interno del calendario Pro Tour.

Buone invece le notizie per pedale azzurro: nel giorno in cui Di Luca e Cunego hanno corso per onor di firma, e Rebellin ha segnato il passo ai suoi 36 anni, ci ha pensato “Cuore Matto” a confermare l’intrinseca bontà di un movimento che continua a vincere, nonostante le autorità antidoping facciano sempre il loro lavoro ( a differenza di altri paesi). A proposito di “graziati”: Valverde è sembrato in ripresa dopo un Tour anonimo. Vedremo se riuscirà a fare il colpo alla Vuelta, e se, sopratutto, riuscirà a vincere il Mondiale dopo tre podi. Oggi , intanto, la gloria ha arriso all’Italia.

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