Italia Ciclismo

GIANNI BUGNO, IL SIGNORE DEL PEDALE

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 27 Giugno 2007 @ 17:05

Se è vero che è stato Marco Pantani il più forte ciclista italiano degli ultimi trent’anni, la palma di ciclista più talentuoso e completo va certamente a Gianni Bugno. Il corridore monzese, nel periodo aureo della sua carriera (dal 1990 al 1994), ha saputo essere altamente competitivo sia nelle classiche in linea, sia nella grandi corse a tappe: una rarità in un’epoca in cui si perfezionava l’esasperata specializzazione del ciclismo moderno. Il suo palmares del resto parla chiaro. Un Giro d’Italia (1990), due podi al Tour de France (1991-1992), due Campionati del Mondo su strada (1991-1992) e svariate classiche tra cui la Milano-Sanremo (1990) e il Giro delle Fiandre (1994). Di Bugno colpiva soprattutto il fatto che sapesse vincere in ogni modo: fortissimo in volata, ma anche dotato di uno spunto elegante e potente capace di piegare gli avversari in salita, ottimo cronoman ma anche due volte trionfatore sulla montagna più famosa del mondo, L’Alpe d’Huez. Un bottino che sarebbe potuto essere indubbiamente più consistente, se Gianni non avesse trovato sulla sua strada il grande Indurain e se avesse avuto una maggiore forza mentale.
Nato nel 1964 (lo stesso anno del suo grande rivale navarro), Bugno ha fin da subito mostrato le stimmate del fuoriclasse: il 1989 è l’anno delle prime affermazioni significative. La tappa di Prato al Giro e quella di Limoges al Tour de France: al mondiale di Chambery il monzese non sale sul podio, ma duella alla grande su un tracciato assai duro con Lemond, Fignon, Kelly e Konishev, lasciando intuire che un giorno sarebbe riuscito a impadronirsi della maglia iridata.
La grande promessa diventa davvero un campione nel 1990. Gianni si aggiudica la Milano-Sanremo, il mondiale di primavera, con un arrivo solitario che ne enfatizza tutta la forza. Il Giro d’Italia lo vede a quel punto tra i grandi favoriti e Bugno conquista la maglia rosa nel crono-prologo di Bari. L’avrebbe tenuta fino a Milano, distanziando il talentuoso Charly Mottet di oltre 6 minuti. Un Giro imperiale quello di Bugno, che da gran signore lascia vincere il francese sul Pordoi, e suggellando il trionfo nella cronometro di Varese. Sembrava l’inizio di una dinastia, ma invece il lunatico Gianni non si sarebbe mai più ripetuto.
Poche settimana dopo, Gianni partecipa al Tour de France per un felice apprendistato. Non punta al podio, bensì a fare esperienza per il futuro, proprio come stava facendo Indurain: mentre Chiappucci, Lemond e Breukink si scorticano per la vittoria finale, Gianni ottenne due vittorie di prestigio: a Bordeaux e soprattutto nell’arrivo in cime dell’Alpe d’huez. Una vittoria magnifica, ottenuta regolando in volata proprio il campione del mondo Lemond, “pedalando in salita sul velluto”, come asseriva il telecronista RAI De Zan. L’unico italiano ad aver vinto sull’Alpe era stato Fausto Coppi nel lontano 1952 , e i paragoni con la classe dell’Airone si sprecano, anche volendo considerare l’eroico Chiappucci del Tourmalet un novello Bartali. Nasce così una rivalità di cui spesso approfitterà la volpe navarra Indurain. Bugno conclude la stagione alla grande nel mondiale in Giappone, cogliendo la medaglia di bronz: la vittoria gli sfugge a causa della fuga-bidone dei belgi Dhaenens e De Wolf, ma è evidente che il successo è solo rimandato.
Il 1991 è l’anno della conferma di questo campione completo: L’italia aspetta da anni un corridore poliedrico, capace di andar forte a cronometro come Moser, forte nelle classiche come Saronni, ma che, a differenza di costoro, sapeva farsi valere pure in alta montagna, persino nell’ostica Francia.
Il Tour de France inizia a essere così l’ossessione nella testa di Bugno, attirato dal miraggio di una corsa che manca a Pedale azzurro dai tempi di Gimondi. Il suo giro d’Italia è quell’anno decisamente deludente. Bugno sfiora la maglia rosa nella cronometro di Langhirano, ma poi Chioccioli gli da sempre paga in montagna, e Chiappucci e Lelli gli rubano persino la ribalta del podio.
Ma per Bugno conta solo il Tour, al quale si presenta con la maglia di campione d’Italia conquistata a Giugno. Sarà il miglior Tour di Gianni, che concluderà al secondo posto nei Campi elisi , dietro al nascente re Indurain. Un Tour de France splendido, che inizia male per Gianni: attaccato da Lemond e Breukink in Normandia, scopre a sue spese le trappole delle infinite pianure francesi.
Ma il ribaltone è in agguato nei Pirenei. La maglia gialla di Lemond crolla nel tappone che sconfina a Jaca, e le carte sono di nuovo scombussolate. Il giorno dopo, nella discesa del Tourmalet, Chiappucci e Indurain scattano. Bugno recita la parte del Bell’addormentato e perde in quel momento il Tour. Un peccato, perché nell’ascesa finale verso Val Louron, il miglior tempo della scalata è proprio di Gianni. Le cose non cambiano sulle Alpi: Bugno prova a staccare Indurain sull’Alpe d’huez, ma Miguel gli attacca un’invisibile cordicella alla ruota. Per Gianni, arriva solo un secondo successo che lo consegna all’immortalità ciclistica,( sarà eguagliato da Pantani) ma oltre il secondo posto finale non riesca ad andare.
La grande soddisfazione per il monezese arriva però nel mondiale di Stoccarda: stavolta non ci sono carneadi che tengano. Gianni conquista la maglia iridata stracciando Rooks e Indurain in volata, regalando anche un brivido ai suoi tifosi: sollevando le mani troppo presto e rischiando di farsi bruciare sul traguardo. Tanta era la superiorità e la sicurezza di Gianni.
L’obiettivo del campione del mondo per il 1992 è a questo punto uno solo: il Tour de France, ormai una vera e propria ossessione. Convinto che sia troppo complicato preparare Giro e Tour nello stesso anno, Gianni rinuncia alla corsa da lui vinta due anni prima per prepararsi al Tour. Mentre Indurain arriva in rosa a Milano, Gianni si presenta ai nastri di partenza della Grand Boucle coi favori del pronostico. Ma sarà un Tour da incubo. Nella cronometro del Lussmeburgo Indurain gli rifila oltre 3 minuti, un colpo morale durissimo: Bugno va bene a cronometro, ma non quanto il Navarro. Inoltre l’edizione del Tour di quell’anno, europeista nell’anno di Maastricht, ha sacrificato i Pirenei, e ci saranno solo alcune tappe alpine per provare a scalzare il Navarro.
Il tappone di quell’anno prevede l’arrivo al Sestriere: Chiappucci accende la battaglia scattando sul terribile Iseran e vestendosi virtualmente della maglia gialla. A quel punto Bugno fa un altro tragico errore, forse per vendicarsi con il ”diablo” dello sgarbo dell’anno prima sul Tourmalet. Nella discesa del Moncenisio, e soprattutto nel falsopiano prima della ascesa finale, tira da matti, portando di fatto Indurain in carrozza. Così facendo Miguel lima il distacco da Chiappucci, mentre Bugno paga dazio venendo staccato da Miguel nella salita finale. Un altro colpo che il fragile Gianni paga pesantemente: il giorno dopo c’è l’arrivo all’Alpe d’Huez. Chi si aspetta un colpo di coda di Gianni rimane deluso: il monzese sprofonda nella sua montagna. Nella cronometro finale, Gianni arpiona un terzo posto comunque deludente. Gli applausi sono giustamente tutti per Chiappucci: per Gianni è una ferita difficile da suturare.
Un Bugno depresso e avvilito viene però rimesso in sesto dal CT Alfredo Martini per il mondiale di Benidorm: Indurain gioca in casa e tutti si aspettano l’apoteosi del Navarro. Ma è invece ancora Bugno a vincere, battendo in volata i velocissimi Jalabert e Konyshev, e dando forse l’ ultima dimostrazione assoluta della sua classe.
Il 1993 è un annus horribilis per il campione del mondo. Battuto in volata da Jaermann all’Amstel Gold race, lui che allo sprint è praticamente imbattibile: è lo specchio di un campione appannato. In un ciclismo che cambia e che sta entrando sempre più nella spirale della chimica, al Giro e al Tour Bugno prende delle scoppole clamorose in salita: memorabile la disfatta sul Galibier, tramortito dalle terribili andature di Indurain, Rominger e Meja.
Non basta neppure il mondiale a salvare la stagione: nella piovosa Oslo, Gianni mette piede a terra mentre un giovane spaccone texano gli sfila la maglia iridata.
Nel 1994 Gianni prova una difficile rinascita passando alla MG di Claudio Ferretti. Annata discreta, arricchita da una sontuosa vittoria al Giro delle Fiandre, ottenuta sull’idolo di casa Museuuw, e con la solita volata con esultanza anticipata. Al Giro Gianni è pimpante e lotta per la maglia rosa nelle prime due settimane: ma quando Pantani gli scatta in faccia sul Mortirolo, per Gianni suonano le campane agonistiche.
Una volta archiviato il sogno Tour, Bugno prepara a quel punto il Mondiale di Agrigento per eguagliare Merckx con un terzo alloro iridato. Un percorso duro e affascinante tra i templi siciliani: Bugno è il logico favorito, ma la squalifica per caffeina gli farà saltare l’appuntamento. Uno stop bizzarro: essere beccati per caffeina nell’anno d’oro del doping ematico, e la carriera di Gianni subisce un altro brusco arresto.
Il resto della vicenda agonistica di Gianni non regala particolari emozioni. Gianno sconta una breve squalifica, ma nelle stagioni successive regala pochi lampi della sua classe. Nel 1995 domina la Liegi-Bastogne-Liegi,ed è la bestia nera del favoritissimo Jalabert che lo teme come la peste ricordando l’esito del Mondiale di Benidorm. Ma mentre i due si controllano poco prima della salita che conduce al traguardo di Ans, Gianetti parte in contropiede e va a cogliere la vittoria nella Doyenne. Bugno regola senza problemi Jaja e Bartoli allo sprint per il secondo posto ,e ancora oggi si chiede come ha fatto a lasciarsi scappare quella vittoria. Una gara che è un po’ l’ epitome di una carriera, chiusa mestamente da gregario e pure sgridato come un mulo qualsiasi ( dal suo “capitano” Tonkov ai tempi della Mapei). Oggi Gianni pilota elicotteri e ha sempre il solito broncio malinconico: ma la sua classe innata ci manca sempre tanto.

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Spingendo la notte del ciclismo più in là: riflessioni sul caso Basso

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 16 Giugno 2007 @ 21:25

Mettiamo subito le cose in chiaro. La squalifica di Ivan Basso è giusta. Il suo coinvolgimento nella famigerata “Operacion Puerto” non lasciava adito a dubbi di sorta, nonostante gli spericolati slalom del varesino sul mitico “Birillo”. Ivan ha avuto l’opportunità di riscattare un anno di bugie con una piena e totale confessione, per poi ritrattare il tutto davanti alla Procura AntiDoping. Le sue semi-confessioni sul tentato doping hanno offeso l’intelligenza degli inquirenti, senza contare le ricevute bancarie risalenti al 2004 che lo inchiodavano. Inevitabile quindi la piena squalifica, che costringerà il titanico vincitore del Giro 2006 a tornare alla corsa rosa nel 2009, dopo un periodo di arruginimento difficile da scrollarsi di dosso.

Si è molto discusso sulla mancata, piena collaborazione di Ivan. Lo stesso Basso nel commentare la sentenza è stato rassegnato, si aspettava il tutto. Avesse collaborato, avrebbe certamente ricevuto un consistente sconto: poi certamente si sarebbe battagliato con l’ UCI e la WADA, ma sarebeb stato un segnale importante. Invece, pare che il sistema omertoso che vige nel ciclismo dei vampiri e degli stregoni imperversi senza soluzione di continuità, e che il povero sfigato che viene beccato con le mani nel sacco si debba rassegnare. Una lunga notte del ciclismo, che sembra non finire mai. Di fatto, con tutto il polverone su Fuentes e soci hanno pagato soltanto in due. Jan Ullrich e Ivan Basso, i due corridori più prestigiosi, come per dare un monito ai media sulla pulizia del sistema Un capro espiatorio ogni tanto, alla Ben Johnson o alla Pantani, mentre per il resto fila tutto liscio come l’olio. In Spagna corridori di primissimo piano hanno evitato le tagliole grazie alle maglie molto larghe del sistema iberico, per tacere di calciatori e tennisti coinvolti, o di dirigenti come Manolo Saiz che sembrano avere una sorta di immunità diplomatica perpetua.

Questo purtroppo è il mondo del ciclismo: fangoso, torbido, pieno di malati che usano medicinali off label in quantità industriali ( i casi Petacchi e Piepoli e degli altri “asmatici sportivi” insegnano..), di valorosi direttori sportivi che prima scaricano le proprie sensazionali creature in nome della pulizia per poi confessare di essere stati a loro volta dopati come cavalli….e intanto sta per partire il Tour de France, il cui ultimo vincitore è ancora sub judice…Forza, caro vecchio ciclismo!
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Ascesa e caduta di Bjarne Riis, “Mister 60%”

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Enrico Ramani 13 Giugno 2007 @ 14:21

Bjarne Riis è da tempo sinonimo di ciclismo torbido: sia da corridore, quando da gregario si inventò campione dopo i 30 anni riuscendo persino a vincere un Tour de France, sia da direttore sportivo, mentore di Ivan Basso, poi scaricato ai prodromi dell’Operacion Puerto.
Nato in Danimarca nel 1964 ( lo stesso anno di Bugno e Indurain),Bjarne iniziò a farsi notare dal plotone nei primissimi anni 90: ragazzone pesante e sgraziato in bicicletta, con pochi capelli ma con una buona capacità di “portare i bidoni” come dicono in Francia: in questo caso, alla Castorama del declinante Laurent Fignon. Un ciclista senza infamia e senza lode, come se ne vedono tanti: chi avrebbe mai detto ci si trovava di fronte a una futura maglia gialla?
La svolta della carriera di Bjarne arriva nel 1992, col trasferimento in Italia, alla Ceramiche Ariostea. Nei primi anni 90 l’Italia inizia essere il paese del Bengodi del doping ematico: certamente non l’unico paese in Europa (il ritiro collettivo dell’olandese PDM al Tour del 1991 dice tutto, per una “intossicazione alimentare”..)ma era in Italia il paese in cui certe pratiche venivano fatte meglio, sopratutto grazie ad alcuni discussi preparatori e medici: straordinari nel dosare e gestire pratiche illecite.

Il boom di Bjarne comincia nel 1993: una vittoria di tappa al Giro d’Italia, e uno stupefacente quinto posto in classifica generale al Tour de France. Bjarne è straordinario in salita, specialmente nel tappone alpino di Isola 2000 resiste coi migliori: il suo modo di aggredire le salite è quanto di esteticamente più brutto esista, con quelle fauci perennemente aperte ad acchiappare qualsiasi atomo di aria, ma già particolarmente efficace. Nel 1994 Bjarne segue quel troncone dell’Ariostea che si accasa nella rampante Gewiss di Argentin e Bombini: la squadra mito del dopin in quegli anni, capace di vincere qualsiasi corsa e di piazzare tre corridori ai primi tre posti alla Freccia Vallone. Il medico di quella squadra era Michele Ferrari, il quale in quei giorni asseriva candidamente che la famigerata eritropoieina non era più pericolosa di dieci litri di succhi di frutta. In mezzo a “fenomeni” come Furlan, Berzin e Ugrumov, Bjarne fa fatica ad emergere, ma il suo momento di gloria arriva l’anno dopo. Al Tour de France del 1995 arriva persino terzo: disumana la sua prestazione nella crono di Liegi, quando spinge Indurain al limite, mentre sull’Alpe d’Huez regge perfettamente alla tenaglia Indurain-Zuelle. Ormai la trasformazione fisica di Riis è sotto gli occhi di tutti, è un autentico mostro. Si parla apertamente di Epo, ma certamente anche l’ormone della crescita ( quelle mascelle squadrate…), vietatissimo e tuttora introvabile ai test, non era estraneo alla dieta di un campione che viene seguito all’epoca dal celebre Luigi Cecchini.
Riis a quel punto è ormai un potenziale vincitore del Tour, e per inseguire la maglia gialla si trasferisce alla emergente Deutsche Telekom nel 1996, dato che alla Gewiss puntavano ancora sulla meteora Berzin. Nel 1996 la squadra tedesca domina il Tour, portando Riis in maglia gialla sui Campi elisi, e il giovane Ullrich al secondo posto. Bjarne domina la Grande Boucle, conquistando la maglia gialla con un disumano attacco sul Monginevro, e sbriciolando i residui sogni di Indurain e Rominger a Hautacam, la montagna che sovrasta Lourdes ( dato che siamo in tema di miracoli…). In quel periodo inizia a essere di pubblico dominio il soprannome del danese: “mister 60%”, in virtù di un tasso di ematocrito perennemente altissimo, che sarebbe persino arrivato a 64% in alcuni casi. Sangue denso come melassa, globuli rossi in eccesso in grado di pompare carburante felicemente grazie appunto all’EPO. Le cose iniziano però a cambiare a fine 1996: molti casi di ciclisti scampati per un pelo alla morte spingono gli stessi corridori a chiedere all’ UCI di fissare il controverso limite del 50% ( peraltro aggirabile grazie all’Emagel e a varie diavolerie), fattosta che dal 1997 inizia il declino di Riis, al massimo vincitore di una Amstel Gold Race. Nel Tour di quell’anno riesce peraltro a salvare la maglia gialla del suo delfino Jan Ullrich dall’attacco della Festina di Richard Virenque ( altri nomi certamente che non evocano pulizia…) sul Col de la Madeleine. Vittima di un grave infortunio al ginocchio, Riis si ritira definitivamente nel 2o00. Inizia allora una carriera da Direttore sportivo alla CSC particolarmente proficua, specialmente grazie alla scoperta di Ivan Basso, che sotto la guida di Riis si trasforma in un cannibale, capace di impensierire Armstrong al Tour e di stravincere il Giro d’Italia del 2006. Fino allo scoppio dell’Operazione Puerto, con Basso scaricato brutalmente dall’inflessibile Riis.
Il resto è storia dei nostri giorni. L’onda lunga dello scandalko Ullrich coinvolge tutti i menri di quella Deutsche Telekom, e lo stesso Riss è stato costretto ad ammettere di aver preso EPO negli anni d’oro della sua carriera, come del resto era consuetudine per tutti ( si vedano anche le recenti dichiarazioni del suo ex compagno all’Ariostea Rolf Jaermann). Il segreto di Pulcinella, lo chiamano a Napoli. Restano da chiarire alcuni punti, forse. Cosa avrà da dire Luigi Cecchini su queste dichiarazioni? Quando Riis vinceva il Tour, il medico toscano era prodigo di spiegazioni “razionali” sull’improvvisa esplosione del suo pupillo danese, adesso tace. Ricordiamo che certi medici, lo stesso discorso vale per Ferrari, continuano tranquillamente a collaborare nel mondo del ciclismo. E infine: qualcuno potrà togliere la longa manus di Riis dalla carriera del nuovo prodigio della CSC, Andy Schleck?

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Le pagelle del Giro.

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 3 Giugno 2007 @ 23:12

Ciclismo - Podio

DI LUCA. Arrivato a Caprera dopo aver stravinto la regina delle classiche, battendo a Liegi il ciclista più forte al mondo ( Valverde), ha capito che era arrivato il suo momento. Giro dominato dall’inizio alla fine. Spavaldo in Sardegna, autoritario in Irpinia, devastante nelle Alpi Francesi, guardingo e freddo sulle Dolomiti, orgoglioso sullo Zoncolan. Forte di una condizione fisica stratosferica ( tiratissimo, non un grammo di grasso) ha pure fatto a meno in molte occasioni dell’aiuto della Liquigas. Se nell’agguato di Simoni verso Bergamo ha trovato nella Lampre un alleato prezioso, nei tapponi di Briançon e delle Tre Cime ha dovuto intervenire in prima persona, ribadendo che il più forte era sempre e comunque lui. L’ unica defaillance è stata sullo Zoncolan, dove ha controllato Schleck e Simoni con la tempra dei grandi. Il Giro della consacrazione. Voto 10.

SCHLECK. Autentica sorpresa, indiscutibilmente il corridore del futuro. (Continua…)

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Il volo del Falco, il sigillo del Killer

Archiviato in: Notizie Ciclismo, Giro D'Italia 2007 — Junio Murgia 2 Giugno 2007 @ 23:24

savoldelli1.jpgMeritatissima vittoria di Paolo Savoldelli nei quarantatrè km a cronometro da Bardolino e Verona. Il “falco” bergamasco ha suggellato magnificamente un Giro d’Italia anomalo, che vale probabilmente più dei due giri che pure aveva concluso in rosa. Dopo la caduta di Pinerolo, l’agonia nel tappone di Briançon: altri al suo posto si sarebbero ritirati per preparare il Tour de France. e invece Paolo si è messo al servizio del gregario Mazzoleni, pilotandolo in discesa nelle dolomiti all’assalto del primato, e scortandolo con encomiabile ardore in tutta l’ultima settimana. Se Eddy è salito sul podio, in parte lo deve all’umiltà del suo capitano. Adesso per il falco c’è il Tour, nel quale dovrà in teoria spalleggiare il favoritissmo Vinokourov. Chissà che la fortuna non gli renda ciò che gli ha tolto in questo Giro: il percorso del Tour gli si addice del resto. A cronometro è migliorato tantissimo, e in Francia troverà ben due prove sulla falsariga di quella odierna. Le tappe alpine e pirenaiche invece, per quanto intense, non presenteranno ascese impossibili e il Falco potrebbe far valere le sue destabilizzanti doti di discesista. Ne vedremo delle belle.
Ma oggi è stata la consacrazione di Danilo Di Luca.Come previsto, l’abruzzese ha concesso pochissimo al fenicottero lussemburghese Schleck, il quale a nemmeno 22 anni coglie un secondo posto che sembra dire: il futuro è tuo. Il terzo gradino del podio, come già detto, è stato preso da Mazzoleni. Il bergamasco ha scalzato un Simoni notoriamente a disagio nella prova contro il tempo, e probabilmente appagato dall’apoteosi sullo Zoncolan. Nente da fare invece per Cunego, sempre più un corridore né carne e né pesce. Potente ma non devastante, e quindi incapace di sprigionare una potenza di fuoco significativa nei tratti da rapportoni in pianura, ma ormani nemmeno più agile in salita come un tempo. Un corridore da quarto posto, appunto. Speriamo davvero che il giovane fan di Nirvana e Doors si riprenda.
Il Giro si concluderà domani con la passerella a Milano, teatro di una probabile volata. Bettini potrebbe tentare di scompaginare le carte per cogliere una vittoria di tappa con la maglia iridata, magari assieme a qualche tipico attaccante da missione impossibile, come i russi della Tinkoff ( un nome su tutti: Ignatiev). Vedremo. Ciò che è certo, è che il “killer” domani sarà il primo “terrone” a vincere il Giro, come egli stesso ha simpaticamente affermato.

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A volte ritornano: Mayo sbuca nella bufera

Archiviato in: Notizie Ciclismo, Giro D'Italia 2007 — Junio Murgia 1 Giugno 2007 @ 19:01

mayo5.jpgIban Mayo era l’enfant prdige del ciclismo iberico nel 2003. Vinse sull’ Alpe d’huez, la montagna di Coppi e Pantani, col piglio dei grandi, distanziando Lance Armstrong di oltre un minuto. Fu la mina vagante del Tour de France più battagliato dell’era Armstrong, mimando molte certezze dell’americano e innescando sovente la battaglia. Lance restituì lo sgarbo un anno dopo, con la cattiveria che gli è riconosciuta: attaccando nel terreno più odiato dalllo scalatore basco, il pavé in pianura, complice una caduta. Risultato: Tour de France 2004 perso prima ancora che fosse veramente iniziato. Da lì la discesa in una spirale senza fine, caratterizzata da risultati scadenti e crisi isterico-depressivo rimaste celebri, sulla falsariga di un altro grande scalatore iberico, tragicamente scomparso, “Chapa” Jimenez.
Arrivato al Giro nella fortissima Saunier-Duval, Mayo avrebbe dovuto in teoria spalleggiare Simoni negli attacchi montani a Di Luca, lasciando interamente la scena però ai vari Piepoli e Riccò. Faceva quasi tenerezza mercoledì, sullo Zoncolan. Passato in testa ai piedi della salita, il suo forcing era durato si e no un centinaio di metri. Un campione che sembrava irrimediabilmente perduto.
Oggi, inopinatamente, la resurrezione, con la vittoria nella Treviso-Terme Comano di 179 km. E non certo in salita, bensì scattando in contropiede sulla discesa dell’unica asperità di giornata significativa, il Pian delle Fugazze. Un drappello di fuggitivi, sotto la pioggia che ha battuto incessantemetne per tutta la gionata si avvantaggiava in maniera decisiva.Gli ultimi 50 km della corsa hanno vissuto dunque sui tentativi degli eroi di giornata di cogliere l’affermazione parziale nell’ultima tappa disponibile ( cronometro e passerella per sprinter ci aspettano). Mayo coglieva l’attimo e prima si staccava dal gruppetto raggiungendo il fuggitivo Anguancil, per poi staccarlo sull’ultimo strappetto di giornata, resistendo infine al ritorno di un plotoncino di aspiranti guastatori guidati dal prode Visconti. Mayo conquista così la vittoria più insolita per uno scalatore, attaccando in discesa e riscattandosi: un po’ come il Chiappucci della Tarbes-Pau al Tour de France del 1993. Sarà il primo passo della rinascita? Chissà: certamente, non si vince sull’Alpe d’Huez per caso.
Le cattive condizioni metereologiche hanno di fatto inficiato eventuali scaramuccie tra gli uomini di classifica. Nessuno se l’è sentita di rischiare in discesa : buon per Di Luca, che temeva le micidiali rasoiate di Mazzoleni ( scortato da Savoldelli) o le invenzioni della Saunier. C’ è stata bagarre soltanto nella salita delle Fugazze. Lo stoico Piepoli si è messo come d’abitudine a fare il bravo gregario, dando una tirata che ha scremato il gruppetto maglia rosa. Poi si muoveva MAzzoleni, forse pensando di scattare poi in discesa, ma era Schleck in persona a muoversi e a taappare il buco. Tutto facile dunque per Di Luca, che si è anche permesso di scattare in testa una volta effettuato il ricongiumgimento: come a dire, fate pure,tanto il più forte sono io.
Domani è prevista la cronometro conclusiva. Il “Killer” aspetta soltanto la consacrazione definitiva.

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