GIANNI BUGNO, IL SIGNORE DEL PEDALE
Se è vero che è stato Marco Pantani il più forte ciclista italiano degli ultimi trent’anni, la palma di ciclista più talentuoso e completo va certamente a Gianni Bugno. Il corridore monzese, nel periodo aureo della sua carriera (dal 1990 al 1994), ha saputo essere altamente competitivo sia nelle classiche in linea, sia nella grandi corse a tappe: una rarità in un’epoca in cui si perfezionava l’esasperata specializzazione del ciclismo moderno. Il suo palmares del resto parla chiaro. Un Giro d’Italia (1990), due podi al Tour de France (1991-1992), due Campionati del Mondo su strada (1991-1992) e svariate classiche tra cui la Milano-Sanremo (1990) e il Giro delle Fiandre (1994). Di Bugno colpiva soprattutto il fatto che sapesse vincere in ogni modo: fortissimo in volata, ma anche dotato di uno spunto elegante e potente capace di piegare gli avversari in salita, ottimo cronoman ma anche due volte trionfatore sulla montagna più famosa del mondo, L’Alpe d’Huez. Un bottino che sarebbe potuto essere indubbiamente più consistente, se Gianni non avesse trovato sulla sua strada il grande Indurain e se avesse avuto una maggiore forza mentale.
Nato nel 1964 (lo stesso anno del suo grande rivale navarro), Bugno ha fin da subito mostrato le stimmate del fuoriclasse: il 1989 è l’anno delle prime affermazioni significative. La tappa di Prato al Giro e quella di Limoges al Tour de France: al mondiale di Chambery il monzese non sale sul podio, ma duella alla grande su un tracciato assai duro con Lemond, Fignon, Kelly e Konishev, lasciando intuire che un giorno sarebbe riuscito a impadronirsi della maglia iridata.
La grande promessa diventa davvero un campione nel 1990. Gianni si aggiudica la Milano-Sanremo, il mondiale di primavera, con un arrivo solitario che ne enfatizza tutta la forza. Il Giro d’Italia lo vede a quel punto tra i grandi favoriti e Bugno conquista la maglia rosa nel crono-prologo di Bari. L’avrebbe tenuta fino a Milano, distanziando il talentuoso Charly Mottet di oltre 6 minuti. Un Giro imperiale quello di Bugno, che da gran signore lascia vincere il francese sul Pordoi, e suggellando il trionfo nella cronometro di Varese. Sembrava l’inizio di una dinastia, ma invece il lunatico Gianni non si sarebbe mai più ripetuto.
Poche settimana dopo, Gianni partecipa al Tour de France per un felice apprendistato. Non punta al podio, bensì a fare esperienza per il futuro, proprio come stava facendo Indurain: mentre Chiappucci, Lemond e Breukink si scorticano per la vittoria finale, Gianni ottenne due vittorie di prestigio: a Bordeaux e soprattutto nell’arrivo in cime dell’Alpe d’huez. Una vittoria magnifica, ottenuta regolando in volata proprio il campione del mondo Lemond, “pedalando in salita sul velluto”, come asseriva il telecronista RAI De Zan. L’unico italiano ad aver vinto sull’Alpe era stato Fausto Coppi nel lontano 1952 , e i paragoni con la classe dell’Airone si sprecano, anche volendo considerare l’eroico Chiappucci del Tourmalet un novello Bartali. Nasce così una rivalità di cui spesso approfitterà la volpe navarra Indurain. Bugno conclude la stagione alla grande nel mondiale in Giappone, cogliendo la medaglia di bronz: la vittoria gli sfugge a causa della fuga-bidone dei belgi Dhaenens e De Wolf, ma è evidente che il successo è solo rimandato.
Il 1991 è l’anno della conferma di questo campione completo: L’italia aspetta da anni un corridore poliedrico, capace di andar forte a cronometro come Moser, forte nelle classiche come Saronni, ma che, a differenza di costoro, sapeva farsi valere pure in alta montagna, persino nell’ostica Francia.
Il Tour de France inizia a essere così l’ossessione nella testa di Bugno, attirato dal miraggio di una corsa che manca a Pedale azzurro dai tempi di Gimondi. Il suo giro d’Italia è quell’anno decisamente deludente. Bugno sfiora la maglia rosa nella cronometro di Langhirano, ma poi Chioccioli gli da sempre paga in montagna, e Chiappucci e Lelli gli rubano persino la ribalta del podio.
Ma per Bugno conta solo il Tour, al quale si presenta con la maglia di campione d’Italia conquistata a Giugno. Sarà il miglior Tour di Gianni, che concluderà al secondo posto nei Campi elisi , dietro al nascente re Indurain. Un Tour de France splendido, che inizia male per Gianni: attaccato da Lemond e Breukink in Normandia, scopre a sue spese le trappole delle infinite pianure francesi.
Ma il ribaltone è in agguato nei Pirenei. La maglia gialla di Lemond crolla nel tappone che sconfina a Jaca, e le carte sono di nuovo scombussolate. Il giorno dopo, nella discesa del Tourmalet, Chiappucci e Indurain scattano. Bugno recita la parte del Bell’addormentato e perde in quel momento il Tour. Un peccato, perché nell’ascesa finale verso Val Louron, il miglior tempo della scalata è proprio di Gianni. Le cose non cambiano sulle Alpi: Bugno prova a staccare Indurain sull’Alpe d’huez, ma Miguel gli attacca un’invisibile cordicella alla ruota. Per Gianni, arriva solo un secondo successo che lo consegna all’immortalità ciclistica,( sarà eguagliato da Pantani) ma oltre il secondo posto finale non riesca ad andare.
La grande soddisfazione per il monezese arriva però nel mondiale di Stoccarda: stavolta non ci sono carneadi che tengano. Gianni conquista la maglia iridata stracciando Rooks e Indurain in volata, regalando anche un brivido ai suoi tifosi: sollevando le mani troppo presto e rischiando di farsi bruciare sul traguardo. Tanta era la superiorità e la sicurezza di Gianni.
L’obiettivo del campione del mondo per il 1992 è a questo punto uno solo: il Tour de France, ormai una vera e propria ossessione. Convinto che sia troppo complicato preparare Giro e Tour nello stesso anno, Gianni rinuncia alla corsa da lui vinta due anni prima per prepararsi al Tour. Mentre Indurain arriva in rosa a Milano, Gianni si presenta ai nastri di partenza della Grand Boucle coi favori del pronostico. Ma sarà un Tour da incubo. Nella cronometro del Lussmeburgo Indurain gli rifila oltre 3 minuti, un colpo morale durissimo: Bugno va bene a cronometro, ma non quanto il Navarro. Inoltre l’edizione del Tour di quell’anno, europeista nell’anno di Maastricht, ha sacrificato i Pirenei, e ci saranno solo alcune tappe alpine per provare a scalzare il Navarro.
Il tappone di quell’anno prevede l’arrivo al Sestriere: Chiappucci accende la battaglia scattando sul terribile Iseran e vestendosi virtualmente della maglia gialla. A quel punto Bugno fa un altro tragico errore, forse per vendicarsi con il ”diablo” dello sgarbo dell’anno prima sul Tourmalet. Nella discesa del Moncenisio, e soprattutto nel falsopiano prima della ascesa finale, tira da matti, portando di fatto Indurain in carrozza. Così facendo Miguel lima il distacco da Chiappucci, mentre Bugno paga dazio venendo staccato da Miguel nella salita finale. Un altro colpo che il fragile Gianni paga pesantemente: il giorno dopo c’è l’arrivo all’Alpe d’Huez. Chi si aspetta un colpo di coda di Gianni rimane deluso: il monzese sprofonda nella sua montagna. Nella cronometro finale, Gianni arpiona un terzo posto comunque deludente. Gli applausi sono giustamente tutti per Chiappucci: per Gianni è una ferita difficile da suturare.
Un Bugno depresso e avvilito viene però rimesso in sesto dal CT Alfredo Martini per il mondiale di Benidorm: Indurain gioca in casa e tutti si aspettano l’apoteosi del Navarro. Ma è invece ancora Bugno a vincere, battendo in volata i velocissimi Jalabert e Konyshev, e dando forse l’ ultima dimostrazione assoluta della sua classe.
Il 1993 è un annus horribilis per il campione del mondo. Battuto in volata da Jaermann all’Amstel Gold race, lui che allo sprint è praticamente imbattibile: è lo specchio di un campione appannato. In un ciclismo che cambia e che sta entrando sempre più nella spirale della chimica, al Giro e al Tour Bugno prende delle scoppole clamorose in salita: memorabile la disfatta sul Galibier, tramortito dalle terribili andature di Indurain, Rominger e Meja.
Non basta neppure il mondiale a salvare la stagione: nella piovosa Oslo, Gianni mette piede a terra mentre un giovane spaccone texano gli sfila la maglia iridata.
Nel 1994 Gianni prova una difficile rinascita passando alla MG di Claudio Ferretti. Annata discreta, arricchita da una sontuosa vittoria al Giro delle Fiandre, ottenuta sull’idolo di casa Museuuw, e con la solita volata con esultanza anticipata. Al Giro Gianni è pimpante e lotta per la maglia rosa nelle prime due settimane: ma quando Pantani gli scatta in faccia sul Mortirolo, per Gianni suonano le campane agonistiche.
Una volta archiviato il sogno Tour, Bugno prepara a quel punto il Mondiale di Agrigento per eguagliare Merckx con un terzo alloro iridato. Un percorso duro e affascinante tra i templi siciliani: Bugno è il logico favorito, ma la squalifica per caffeina gli farà saltare l’appuntamento. Uno stop bizzarro: essere beccati per caffeina nell’anno d’oro del doping ematico, e la carriera di Gianni subisce un altro brusco arresto.
Il resto della vicenda agonistica di Gianni non regala particolari emozioni. Gianno sconta una breve squalifica, ma nelle stagioni successive regala pochi lampi della sua classe. Nel 1995 domina la Liegi-Bastogne-Liegi,ed è la bestia nera del favoritissimo Jalabert che lo teme come la peste ricordando l’esito del Mondiale di Benidorm. Ma mentre i due si controllano poco prima della salita che conduce al traguardo di Ans, Gianetti parte in contropiede e va a cogliere la vittoria nella Doyenne. Bugno regola senza problemi Jaja e Bartoli allo sprint per il secondo posto ,e ancora oggi si chiede come ha fatto a lasciarsi scappare quella vittoria. Una gara che è un po’ l’ epitome di una carriera, chiusa mestamente da gregario e pure sgridato come un mulo qualsiasi ( dal suo “capitano” Tonkov ai tempi della Mapei). Oggi Gianni pilota elicotteri e ha sempre il solito broncio malinconico: ma la sua classe innata ci manca sempre tanto.





