Italia Ciclismo

Simoni, lo Zoncolan è ancora tuo.

Archiviato in: Notizie Ciclismo, Giro D'Italia 2007 — Junio Murgia 30 Maggio 2007 @ 17:35

Non era la tappa regina, bensì quella più temuta. Una sola ascesa significativa, ma quella più terribile: il Monte Zoncolan, per di più tirato a lucido e affrontato dal versante più duro, con punte al 22% e una pendenza media da far tremare i polsi.
Dopo la pax austriaca di ieri ( causa freddo), anche la prima parte della tappa odierna non regalava trappole o fughe con uomini di classifica. Una sola fuga partiva da lontano, con dentro in particolare Codol, Cioni e con il sempre più fantozziano Bettini: il campione del mondo si lanciava in una fuga irreale che si sarebbe inesorabilmente arenata sui tornanti della spietata montagna friulana, sprecando ulteriori energie. Il gruppo arrivava così compatto fino ai piedi dello Zoncolan, e sembrava di vedere certe tappe del Tour, quando la corsa vive sull’attesa dell’unica, secca, salita. Tutti cercano di iniziare la salita davanti, proprio come all’Alpe d’huez. Di Luca stavolta veniva pilotato nel primo tratto dai suoi gregari, ma quando è cominciato il punto più aspro, Simoni lo ha leggermente staccato con un magistrale forcing. La freddezza che contraddistingue il killer abruzzese non gli ha fatto perdere la calma, in quanto era evidente che Gibo non era quello mostruoso del 2003, e che il distacco si poteva tranquillamente contenere entro il minuto. Nemmeno quando Piepoli e Schleck hanno raggiunto il trentino, Di Luca ha battuto ciglio, conservando un’invidiabile aplomb, e tenendo il solito, innocuo Cunego come riferimento tra sé e i battistrada. Splendido lo scenario naturale, che sembrava evocare fantasmi carnici da prima guerra mondiale, e quello offerto dai corridori, costretti ad una fatica immane.
La tappa si è decisa nell’ultimo chilometro. Mentre Cunego e Di Luca si riportavano sotto, permettendo alla maglia rosa di contenere l’emorragia in classifica da Schleck, il terzetto di testa si sfaldava a poche centinaia di metri dall’arrivo. Piepoli appariva nettamente il più agile dei tre e teneva alto il ritmo per scongiurare l’eventuale ritorno degli immediati inseguitori e infine dava la tirata decisiva, scrollandosi il giovane, magnifico lussemburghese e portandosi dietro Gibo. Al suo vecchio capitano, l’altrettanto attempato scalatore pugliese lasciava l’onore di una vittoria che suggella la carriera del più forte scalatore al Giro degli ultimi 8 anni. Troppo buono, il Trullo Volante, che già ha dovuto vanificare un probabilissimo podio per inseguire le velleità in rosa del suo capitano a Briançon, e che già aveva evitato di staccare Riccò alle Tre Cime, concedendogli pure la tappa. Evidentemente, gregari ( benché signori) si nasce. Peccato che Simoni in diretta televisiva, ad una precisa domanda su cosa sarebbe successo se Piepoli fosse stato capitano di un’altra squadra, abbia risposto lapalissianamente che avrebbe voluto aver qualche anno in meno ( ma va?). Applausi all’uomo di Palù di Giovo per la tenacia e l’attitudine pugnace di sempre, ma il vincitore morale è certamente Piepoli oggi.
In classifica, poche novità di rilievo. Mazzoleni è precipitato al quinto posto, come ci si aspettava. Di Luca a questo punto ha 2 minuti e 24 secondi su Schleck e quattro secondi in più su Simoni. Dato che il giovane lussemburghese non eccelle particolarmente nella prova contro il tempo, la crono di Verona dovrebbe permettere all’abruzzese di festeggiare il suo primo giro in rosa. Simoni proverà a resistere all ‘assalto dell’ odiato Cunego, che a un minuto di distacco potrebbe, nella sua città, portargli via l’ottavo podio ( sarebbe record) se riuscisse a eguagliare la sua performance nella crone del Tour 2006. Sarebbe l’unico modo per Damiano di salvare in extremis un Giro complessivamente mediocre,in attesa di ripensare alle sue strategie, soprattutto in materia di preparazione (e di “preparatori”).

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Il Morso del cobra sulle Tre Cime

Archiviato in: Notizie Ciclismo, Giro D'Italia 2007 — Junio Murgia 27 Maggio 2007 @ 23:08

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In un mondo del ciclismo sempre più squassato dal fantasma del doping, ci voleva una tappa del genere per riconciliare gli appassionati con lo sport del pedale. La scenografia è stata anzitutto fantastica. Lo scenario dolomitico, con saliscendi impietosi con approdo finale nella terribile salita delle Tre Cime di Lavaredo, in cui Merckx costruì nel 1968 una delle perle più luminose della sua inimitabile carriera. A ciò aggiungete un contesto meteorologico caratterizzato da pioggia e freddo, e una situazione di classifica fluida e incerta, e il piatto delle emozioni forti domenicali è servito.
Danilo Di Luca temeva questa tappa come nessuna. E i 190 chilometri del percorso odierno sono stati come da pronostico disseminati di trappole per la maglia rosa. La più annunciata era quella orchestrata dal suo rivale più temuto, Gilberto Simoni. Il vecchio leone trentino mandava in avanscoperta i suoi due luogotenenti terribili, Leonardo Piepoli e Riccardo Riccò, scattati già sul passo Pellegrino. Sembrava il preludio a un attacco di Gibo: attacco che non sarebbe invece avvenuto. Simoni ha dunque potuto far mostra di grande magnanimità a fine gara, felicitandosi coi suoi compagni per la strepitosa azione. Avessero avuto più libertà anche sulle Alpi piemontesi, forse il Giro oggi avrebbe un equilibrio diverso. Piepoli e Riccò hanno compiuto una fuga di un centinaio di chilometri per giocarsi la vittoria di tappa, affermazione parziale che ha arriso al “cobra” modenese: primo tassello di una carriera che promette di essere eccezionale per lo spavaldo ragazzino.
Mentre la minaccia di Simoni si rivelava dunque una tigre di carta, una ben più consistente trappola scattava per la bionda maglia rosa. Sulla discesa del Passo Giau, il fenomenale discesista Savoldelli pilotava il compagno di squadra Eddy Mazzoleni, ben piazzato in classifica generale, a tentare l’azione impossibile, approfittando della notoria idiosincrasia di Di Luca per le picchiate. L’abruzzese, lasciato solo dalla sua disastrosa LIQUEFAT, accumulava rapidamente quei minuti necessari a fargli perdere virtualmente la maglia, anche perché gli uomini di classifica al suo fianco agivano da sfingi. Anche all’inizio della terribile salita che si arrampicava verso le Tre Cime, il corpulento Mazzoleni sembrava sfidare le leggi del ciclismo procedendo come una locomotiva. Ci voleva dunque che il “killer” abruzzese si impegnasse in prima persona sull’ultima ascesa per limitare i danni e salvare la baracca, come puntualmente accaduto.
Danilo è nettamente il favorito per la vittoria finale dunque, e mercoledì l’arrivo allo Zoncolan, salita secca, lo favorirà certamente e potrà scavare altri secondi tra sé e Mazzoleni in vista della crono finale. A meno che non scattino altre trappole, come negli ultimi due giorni. Chissà che anche Cunego non riesca a inventarsi qualcosa per dare un senso al suo Giro. Anche oggi Damiano non ha convinto: un suo scatto nell’ultima ascesa è stato rintuzzato da Di Luca con facilità irrisoria,e quando è stata la maglia rosa ad accelerare si è fatta notte fonda per l’efebico vincitore del Giro 2004. Stendiamo poi un velo pietoso sulla gestione tattica della corsa con la squadra. Il veronese appare tremendamente imballato, ed evidentemente la sua discussa partnership col sulfureo Dottor Cecchini, en passant collaboratore di un certo Bjarne Riis oggi di nuovo alla ribalta, non sta portando i frutti sperati. Molto meglio l’altro baby terribile Shleck, freddo e calcolatore, mentre la ribalta è ovviamente tutta per Riccò. Si sprecano i paragoni con Pantani, che peraltro sono decisamente fuori luogo. Pantani sarebbe arrivato da solo oggi al traguardo.

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L’agguato di Simoni, il colpaccio di Garzelli

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia @ 00:01

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L’orgoglio del campione. Gilberto Simoni ieri aveva l’umore sotto i tacchi. Marmoreo nella pedalata nel tratto più duro della cronoscalata verso Oropa, impotente di fronte allo strapotere della maglia rosa Di Luca e umiliato dal suo gregario Piepoli: proprio lui che è stato lo scalatore principe al Giro in questo decennio. Mentre al massimo si poteva aspettare un colpo di coda nel tappone dolomitico di domani, o nel “suo” Zoncolan, Simoni ha rotto gli indugi oggi. Raccogliendo gli applausi anche di chi, come noi, non si è mai stracciato le vesti per il poco simpatico corridore di Palù di Giovo.
In teoria oggi era una tappa di trasferimento, con un paio di montagne da scalare lontano dal traguardo di Bergamo. Una frazione adatta ai guastatori di giornata fuori classifica, o agli attardati. E infatti Savoldelli, Bettini e Garzelli si sono lanciati in un’azione corsara sulla discesa dal Passo San Marco. E Gibo ha colto l’attimo, sfruttando le sue ottime doti di discesista e la prudenza di Di Luca in tale esercizio (Danilo ha saggiamente incollato il fido Pellizzotti a Simoni), e affondando la lama dello sfidante.
Iniziava così una storia terribilmente eccitante. Il gruppetto di testa accumulava circa un minuto, e metteva una pressione inusitata sulle spalle di Di Luca. La magnifica squadra della maglia rosa, la Liquigas che aveva dominato la prima settimana del Giro, si liquefa in pochissimi chilometri. nella seconda ascesa di giornata ( La trinità Dossena). Di Luca rimane solo a organizzare l’inseguimento, ed è persino costretto a far richiamare Pellizzoti per dargli man forte. A quel punto entra in scena la Lampre: la squadra di Bruseghim Cunego e Vila, tutti e tre nei primi cinque. Il team di Beppe Saronni decide di tarpare le ali a Simoni, e inizia a tirare per proteggere le proprie posizioni da podio, invece di far saltare la maglia rosa. Scelta certamente discutibile: si poteva far partire Bruseghin o lo stesso Cunego in contropiede. La forma di Damiano, il suo polso nel gestire la squadra sono certamente alcuni dei tasselli più intricati del puzzle che dovrà svelarsi già a partire da domani, Il treno Lampre-Di Luca-Shleck riesce tuttavia a limitare i danni. Là davanti Simoni cerca l’azione personale ( non vince unaatappa al Giro da tre anni) e si avvantaggia nello strappetto di Bergamo Alta che portava al traguardo, per poi venire risucchiato e superato a venti metri dal traguardo da una stupefacente azione di Garzelli ( forse aiutato dalla scia di una moto galeotta). Niente da fare anche stavolta per Gibo, il quale però dovrebbe essere ottimista. Domani l’arrivo alle tre Cime di Lavaredo potrebbe davvero cambiare le carte in tavola. Se è vero che quando uno attacca in discesa forse non è più tanto forte in salita ( si pensi al Lemond del Tour 1991), va altresì considerato che Riccò e Piepoli oggi non hanno praticamente mosso un muscolo, e domani potranno essere armi decisive nel mettere in difficoltà il killer abruzzese in rosa. Sempre che la Lampre sciolga i suoi amletici dubbi, e faccia vedere cosa è venuta fare in questo Giro.

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Gregari in spolvero, Di Luca in carrozza

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 25 Maggio 2007 @ 23:53

Il Giro si è oggi arrampicato a Oropa, per la prima delle sue cronometro individuali. Una tappa nel ricordo di Marco Pantani, il quale qui vinse in rosa nel 1999 in un delirio di folla, rimontando a uno a uno tutti i suoi avversari dopo essersi fermato per un salto di catena. Una delle imprese più stupefacenti del Pirata, in trance agonistica nel affilare scatti taglienti come lame, arrivando ail taguardo senza esultare, con in volto quell’inquietudine che portò avanti per tutto quel Giro, culminato con lo scacco di Madonna di Campiglio. E’ dunque salita vera quella che conduce al santuario di Oropa:vera e aspra, benché breve. Ne fece le spese persino Indurain, quando alla fine del Giro 1993 venne attaccato da un indiavolato Ugrmov, per tagliare il traguardo accasciandosi esanime sul manubrio, dopo aver conservato per meno di un minuto il vessillo del comando.
Una salita di altissimo lignaggio ciclistico, dunque: ma a primeggiare sono stati due gregari, per quanto deluxe. Marzio Bruseghin ha preceduto di un secondo Leonardo Piepoli.
Bruseghin, benché sia campione italiano a cronometro, ha stupito tutti per la sua tenuta in salita, ottenendo la sua seconda vittoria assoluta in una decade di onorata e onesta carriera. Meno sorprendente Piepoli, certamente il più forte in salita in questo momento come già dimostrato. Peccato davvero che ieri Simoni lo abbia spremuto come un limone sull’Agnello: se lo avesse mandato in fuga avrebbe certamente messo più in difficoltà Di Luca:sfiancandolo in un lavoro improduttivo Gibo ha semplicmente rovinato le possibilità da podio di un Piepoli autorevolissmo candidato in tal senso ( e Simoni è arrivato a un minuto scarso dal suo scudiero, tanto per intenderci). Per quanto concerne la maglia rosa, Di Luca ha lasciato gli onori della tappa al Brus e a Piepoli ( 8″ il distaccco del killer) confermando comunque la sua maggiore brillantezzza rispetto agli altri uomini di classifica, tra cui svettano uno Shleck sempre più convincente e un Cunego ancora un po’ imballato. Complessivamente , il capitano della Liquigas può sorridere. Già da domenica, con il terribile tappone delle Tre cime di Lavaredo, sapremo se la gloria di questi giorni sarà effimera o gli garantirà una passerella in rosa fino a Milano.bruseghin.jpgbruseghin2.jpgbruseghin2.jpg

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Un Killer sulle Alpi: Di Luca torna in rosa

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 24 Maggio 2007 @ 23:30

Come previsto, il primo tappone alpino del Giro consente ai pretendenti alla vittoria finale a Milano di affilare gli artigli. Il dittico Colle dell’Agnello- Izoard non permette più di nascondersi, tra l’ascesa alla Cima Coppi ( oltre 2700 metri) della prima e i miti evocati dalla seconda, e lo spettacolo offerto non ha deluso. Mentre i francesi Boulanger e Riblon si mettevano in luce con una apprezzabile fuga, la bagarre scoppiava subito alle prime rampe dell’Agnello. A far saltare il banco, come da pronostico, ci ha provato la Saunier- Duval di Gilberto Simoni, nettamente la squadra più forte quando la strada si impenna. Il primo scossone lo ha dato Riccò, quindi è salito in cattedra Piepoli. I risultati sono stati immediati. Di Luca è rimasto subito isolato e appariva in sofferenza, alla pari di Cunego, mentre sprofodavano Savoldelli e Popovych, e Garzelli arrancava. Una volta entrati in territorio francese dopo l’Agnello, ci si attendeva il definitivo exploit della squadra guidata da Pietro Algeri. Non appena è iniziato l’ Izoard, ancora Piepoli ha provato a fare sconquassi, ma sia Di Luca che ( a fatica) Cunego hanno tenuto. Il Simoni dei tempi d’oro avrebbe certamente infilato a quel punto una rasoiata vincente, ma oggi Gibo non ha più l’esplosività di un tempo.Anzi, Di Luca si è permesso il lusso di scattargli in faccia in prossimità del Gran premio della montagna. Nella picchiata verso il traguardo di Briançon, il gruppo di testa era composto da Di Luca, Simoni, Cunego, Mazzoleni e il sempre più sorprendente ventiduenne lussemburghese Shleck. Imperturbabile ed elegante come Jalabert, intelligente come Indurain, potente quanto Rominger,il futuro dellle corse a tappe sembra appartenergli. Egli è stato anche bravo a non perdere tereno una volta che, sulla rampa che portava al centro medievale della cittadina transalpina, Di Luca piazzava il suo consueto stacco assassino, andando a vincere la tappa e riprendendo la maglia rosa ( complice il crollo di Noè), e precedendo un comunque ottimo Simoni.
Difficile tracciare un quadro esauriente della situazione: è certo soltanto che il Giro sarà avvicnente fino al suo epilogo. Di Luca ha superato brillantemente il primo esame alpino, non è entrato in panico una volta rimasto solo contro tre sull’Agnello, e ha dato un’altra dimostrazione di superiorità. Simoni forse ha raccolto poco rispetto a quanto seminato ( il lavoro di Piepoli è stato impressionante, ha ricordato quello svolto da un Argentin “miracolosamente” scopertosi scalatore sulle stesse montagne nel tappone del 1994, quando difese Berzin da un incredibile attacco a lunga gittata di Pantani), ma ha confermato classe e fondo, fino allo Zoncolan ci sarà. Impressionante la corsa di Schleck, anche se sarà da vedere la sua reistenza nella terza settimana. Delude invece Cunego:ha tenuto duro, ma ogni volta che qualcuno accelerava, il suo “elastico” non prometteva niente di buono, anche per una terza settimana in cui lui promette fuoco e fiamme. Domani cronoscalata verso Oropa: favorito ancora Di Luca, il quale potrà aumentare il suo distacco su Simoni in attesa delle fatidiche montagne della prossima settimana.diluca.jpg

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Cade l’Ultimo Velo sul doping: la Telekom confessa

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia @ 12:51

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Ciclismo e doping sembrano costituire da anni un binomio indissolubile, fin dagli albori dell’epopea sui pedali. Coppi e la sua “bomba”, Anquetil che diede dello stupido ( o dell’ipocrita) a chi pensava che un corridore potesse andare avanti a pane e acqua, Tommy Simpson sfiancato dalle anfetamine sotto il sole implacabile del Mont Ventoux. Ma allora non si trattava di un fenomeno endemico, di un cancro in grado di divorare ogni centimetro del sistema. In tanti rimanevano imbrigliati nelle maglie dell’antidoping ( Merckx in primis), ma né più e né meno di tanti altri sport.
Poi, negli anni 80 sono entrati in scena gli stregoni, i vari Dottor Faust dal camice bianco e dal sorriso rassicurante. Scoperchiando il vaso di Pandora del doping ematico, trovarono la soluzione per dilatare oltre ogni limite le potenzialità dei ciclisti impunemente. “Tutto ciò che non è rintracciato ai controlli non è doping”, pontificava uno dei più celebri dottori in questione. Erano gli anni dell’Eritropoietina libera, farmaco sintetico che aumentava a dismisura i globuli rossi nel sangue e la capacità di trasportare ossigeno ai muscoli. Originariamente pensato solo per determinate categorie di malati, diventò in breve tempo uno dei farmaci più venduti al mondo: e non solo per ciclisti.
Chi non ricorda le prestazioni disumane di tanti corridori: salite terribili affrontate come su motorini, andature folli in ogni tappa, record dell’ora sbriciolati a ripetizione e via dicendo. Lo scandalo della Festina nel 1998 fece capire inequivocabilmente cosa c’era dietro, le inchieste giudiziarie ( insabbiate dalla prescrizione, ma con impianti accusatori confermati nel merito) e il caso Pantani diedero il colpo di grazia nell’immaginario collettivo a quel decennio maledetto. Il Dottor Faust a tanti ha presentato il conto del resto: tanti i casi di ciclisti uccisi da malori riconducibili all’abuso di Epo, soprattutto tra i giovanissimi: “Se mi avessero detto che per vincere il Tour avrei dovuto bere un litro di benzina, lo avrei fatto” confessò il primo pentito del doping, Erwann Menthoeur
Le confessioni sull’ utilizzo sistematico di EPO di questi giorni da parte di ex corridori ( tra cui Erik Zabel) della Deutsche Telekom, squadra mito a metà anni 90 con corridori che dominarono due Tour de France, non ha fatto che riaprire quella ferita per chi passava interi pomeriggi estivi a investire montagne di emozioni e sogni sulle salite delle Alpi o dei Pirenei. Non che le cose siano cambiate. Jan Ullrich, enfant-prodige al tempo in cui la Deutsche Telekom si issava “uber alles” nelle strade del Tour e oggi principale caduto nell’infausta “Operacion Puerto” assieme a Ivan Basso, è il simbolo dell’unione tra queste due epoche: proprio come quel Lance Armstrong che ha dominato questo decennio affidandosi ai consigli del medico più chiacchierato degli Anni 90, quel medico. Non si sa cosa riserverà il futuro, con la “Operacion Puerto” ancora lungi dall’aver esaurito i suoi veleni e le sue verità. Il Dottor Faust alla fine presenta il conto, si diceva. E adesso è forse destinato a pagarlo tutto il ciclismo.

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Bucanieri delle due ruote alla riscossa

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 22 Maggio 2007 @ 20:13

La prima vera giornata di montagna al Giro d’Italia offre alcune avvincenti storie parallele. Da un lato i bucanieri del pedale, i gregari che col loro eroismo e la loro grinta si ritagliano momenti di gloria e una meritata ribalta. Il vincitore di giornata è Leonardo Piepoli, il “trullo volante”, 36 enne microscalatore, ancora in sella dai tempi in cui duellava con Pantani. Due vittorie al Giro di un anno fa, la consacrazione oggi nell’impervia ascesa verso il santuario che vigilia su Genova. La maglia rosa passa invece sulle spalle del 38 enne Andrea Noè, il quale capitalizza oggi il bottino acquisito nella fuga di Fiorano. Nove anni fa la sua avventura in rosa durò un giorno, prima che nella salita verso Piancavallo Pantani e Zuelle scatenassero la bagarre. L’appuntamento con il Colle dell’Agnello e l’ Izoard è per dopodomani, mal che vada il corridore milanese godrà di più i gradi del comando stavolta: ma i bucanieri issano sempre bandiera bianca per ultimi. E Infine il povero Ingegner Pinotti, commovente nello strisciare a destra e sinistra negli ultimi 1000 metri di pendenze proibitive. Il suo Giro lo ha già vinto.
Dall’altro lato, ci sono le prime, serie schermaglie tra gli uomini di classifica. La Saunier-Duval era chiamata al riscatto dopo le opacità della tappa con arrivo a Fiorano, e gli uomini di Simoni hanno squarciato le nubi che aleggiavano con un’azione infuocata. Piepoli vittorioso in avanscoperta, Riccò superbo scudiero ( fin troppo zelante) di un Simoni che conferma di avere gamba, e che nelle salite da leggenda che ci aspettano saprà far valere il suo fondo. Questi tre uomini hanno i mezzi per far saltare il banco. Gibo ha contenuto in una manciata di secondi il distacco da un Di Luca effervescente e ficcante come sempre, il quale ha forse guadagnato relativamente poco rispetto alla quantità di scatti snervanti effettuati. La resistenza del vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi nelle salite alpine e dolomitiche, e l’apporto che la sua squadra saprà dargli, saranno certamente uno degli snodi focali per decifrare il mistero rosa. Pollice verso invece per Cunego: dopo aver messo la sua squadra alla frusta fino ai piedi dell’ascesa finale, Damiano si è trovato solo nel momento topico. Il suo passo in salita è stato farraginoso e poco brillante, e il suo scuotere la testa all’arrivo è più eloquente di qualsiasi frase. Tra i duri a morire svetta anche Savoldelli, ancorato ai primi, mentre il lussemburghese Shleck promette decisamente di rinnovare i miracoli della premiata ditta Rjis-Csc.
Dopodomani i busti di Fausto Coppi e Louison Bobet scolpiti sull’Izoard saranno arbitri dei primi, veri sconquassi in classifica generale.piepoli.jpg

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Habemus Praesidentem: sfreccia Napolitano

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 21 Maggio 2007 @ 19:19

La nona tappa del Giro d’Italia finisce come da pronostico in volata. La tappa pianeggiante con arrivo a Lido di Camaiore era una occasione troppo ghiotta per i velocisti.
La sorpresa casomai è il nome del vincitore: Danilo Napolitano. Cognome e stazza ingombranti, il 26enne siciliano ha messo in riga, con uno sprint imperiale, nientepopodimeno che McEwen, Petacchi, Bettini, Fernandez, Hushovd e Richeze. Boonen e Freire a parte, praticamente la creme de la creme delle ruote veloci mondiali.
Avvincenti gli ultimi 50 metri. Pilotato magistralmente dal suo “treno” Petacchi sembrava essere il predestinato alla vittoria, ma McEwen come sempre spuntava fuori dal nulla con una zampata delle sue, per venire a sua volta beffato dal portacolori della Lampre-fondital, meritato vincitore. Dimostrazione che si può vincere una volata anche senza avere 3-4 compagni che ti spianano la strada ( e forse se parti troppo in anticipo, vanifichi il loro lavoro). Magari AleJet ci pensi al prossimo sprint, invece di trovare le solite scuse ai microfoni di mamma Rai ( c’era vento, et cetera…). Tra l’altro, è il quarto vincitore diverso in cinque sprint: segno di grande equilibrio. Napolitano ha tutte le carte per ripetersi, magari fin dall’arrivo di Pinerolo. Mario Cipollini, uno che se ne intende, lo ha pubblicamente elogiato del resto.
Domani le ruote veloci rimarranno in retrovia: si salirà in cima al traguardo di Nostra Signora della Guardia. Tappa lunga 250 km, con ascesa finale più dura rispetto a Montevergine. Gli ultimi 1500 metri in particolare sono particolarmente impervi, con pendenze che sfiorano il 15%. Di Luca e Riccò hanno nel pedale la possibilità di infliggere una vigorosa sciabolata al folto plotone dei pretendenti alla vittoria finale, e sono i due principali favoriti, ma anche Cunego e Simoni saranno chiamati a una prova maiuscola. Sarà interessante vedere inoltre come si evolveranno i veleni nel gruppo dopo i fattacci di Fiorano e se l’ingegner Pinotti potrà festeggiare un altro giorno in Rosa. Domani sapremo.
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Bettini e Riccò, chiaroscuri al Giro

Archiviato in: Notizie Ciclismo — Junio Murgia 20 Maggio 2007 @ 22:48

Tappa nervosa e insolita, quella odierna al Giro d’Italia: l’ottava, da Barberino del Mugello a Fiorano Modenese. Tappa di trasferimento in teoria, ma con lo storico Passo della Futa a inizio gara a suggerire fantasiosi colpi di mano. E infatti una ventina di corridori, poco dopo lo scollinamento della Futa, inizia una tenace fuga, ai piedi della Serra del Zanchetto. Vi prendono parte anche corridori di classifica come Hincapie, Sella, Cioni, Rubiera, il fedele scudiero della “maglia rosa virtuale Di Luca” Noè, il campione del mondo Bettini. I fuggitivi hanno sfoderato una cavalcata nervosa e brillante, arrivando senza troppi patemi al traguardo, con una amara sconfitta per lo sfortunato Bettini di questi giorni: il “grillo” si è dovuto arrendere al norvegese Arvesen. Il robusto corridore scandinavo ha regalato alla CSC un’affermazione parziale che mancava dai tempi in cui Ivan Basso e Bjarne Riis andavano ancora d’amore e d’accordo. Bettini che perde uno sprint fa sempre notizia, ma il livornese se supererà i suoi acciacchi avrà certamente altre occasioni per far risplendere la sua maglia iridata.
L’ ormai celebre ingegner Pinotto, dal canto suo, ha messo alla frusta la sua T-Mobile e ha limitato il distacco del gruppo, mantenendo la maglia rosa nei confronti di Noè per soli 28 secondi.
Il fatto del giorno è però certamente il caos scoppiato intorno alla Saunier-Duval: l’unica delle squadre di vertice a non avere un corridore tra le fila dei fuggitivi. In verità l’enfant prodige Riccardo Riccò era in prima linea nel plotone dei fuggiaschi, per poi doversi rialzare. Personaggio troppo ingombrante e spaccone, un po’ come il primo Saronni, Riccò non raccoglie molte simpatie nel gruppo, senza contare che la presenza di un potenziale vincitore del Giro in fuga non è certo ben vista : e così i fuggitivi lo hanno danneggiato con la famosa tecnica del “buco”. Il corridore davanti al rosso emiliano si lasciava scivolare indietro qualche metro, costringendolo a chiudere con uno sforzo supplementare. Un lavoro che ha indispettito Riccò, il quale si è lasciato riprendere dal gruppo maglia rosa, scatenando le ire del suo capitano Gilberto Simoni, le cui lamentele nel dopo corsa ai microfoni della Rai costituiscono un gustoso e fisso teatrino. Al povero scalatore trentino non gliene va bene una nei rapporti coi compagni, e se ai tempi di Cunego poteva dare la colpa al direttore sportivo Martinelli, oggi ha sbottato direttamente contro il povero Riccò. Il quale non se l’è sentita di sfiancarsi in un lavoro di gregario: ciò con ogni probabilità la dice lunga sulle sue intenzioni nelle prossime tappe, in particolare martedì con l’arrivo in salita a Nostra Signora della Guardia. Dopo il secondo posto ottenuto a Montevergine dietro Di Luca, ci sarà da divertirsi.
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Miguel Indurain: oltre la leggenda di Monsieur Tour

Archiviato in: Storia Del Ciclismo — Junio Murgia 17 Maggio 2007 @ 20:06

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Il più forte ciclista degli anni 90 è stato indiscutibilmente Miguel Indurain. Il corridore navarro ha marchiato a fondo il decennio più controverso della storia del ciclismo, quello della chimica diffusa e dell’esasperata dilatazione dei calendari, mantenendosi per altro quasi sempre al di sopra di ogni sospetto.
Nato nel 1964, la stessa annata di uno dei suoi grandi rivali (Gianni Bugno), Indurain si affacciò lentamente alla ribalta alla fine degli anni 80, con in testa una grande ambizione: succedere a Bahamontes, Ocana e Delgado tra i corridori iberici capaci di vincere il Tour de France. Egli è stato il primo a conquistare la Grand Boucle per 5 anni consecutivi. La più importante corsa al mondo è sempre stata al centro dei suoi pensieri, senza monopolizzarne tuttavia la carriera. Le due accoppiate Giro-Tour stanno a dimostrarlo, oltre agli ottimi risultati raggiunti nel campionato del mondo. In tal senso, il navarro si pone a metà strada tra i classici campioni alla Merckx, capaci di fare razzia in ogni periodo dell’anno, e i campioni “in vitro” alla Armstrong, costruiti per vincere una sola corsa ogni dodici mesi.

IL CORRIDORE

Dotato di un fisico possente, capace di straordinarie prestazioni da passista, Indurain è stato uno dei più grandi cronoman di sempre. Le basi delle sue vittorie nei grandi giri venivano poste nelle lunghe crono individuali che caratterizzano in particolare il Tour De France. Proprio la particolare natura del percorso transalpino, quasi sempre pianeggiante, consentiva a Miguelon di scavare un solco abissale tra sé e gli avversari proprio nelle prove contro il tempo. L’eccellenza del corridore iberico in tale prova è testimoniata anche dal titolo di campione del mondo (1995) e di campione olimpico (1996) aggiunti al suo strepitoso palmarès, senza dimenticare il record dell’ora ottenuto nel 1994.
Indurain era però anche un eccellente uomo di montagna, checché se ne dica. Librandosi con passo regolare , quasi da carro armato, ma tremendamente efficace, il suo rendimento era talmente elevato che sono davvero pochi i corridori in grado di aver fatto tremare Indurain in salita nel quinquennio del suo regno nei Grandi Giri, anche tra gli scalatori puri. La specialità di Miguel era anzi quella di attaccare nella prima grande salita ( esemplare in tal senso l’ascesa di Lourdes-Hautacam nel Tour del 1994, e ne fece le spese anche un certo Pantani), in modo da aggiungere ulteriore vantaggio al divario scavato nella prima cronometro, per poi amministrare con incedere regale il prosieguo. Miguel era l’indiscusso re del plotone infatti, riverito e rispettato anche perché spesso lasciava gloria agli altri corridori, non partecipando mai agli sprint quando era in fuga, ed evitando invece quegli atteggiamenti da sceriffo spaccone che avrebbero invece contraddistinto il ben più cupo regno di Lance Armstrong.
Un’altra caratteristica poco conosciuta di Miguel erano le sue doti di sprinter: nel 1993 arrivò secondo ai Mondiali di Oslo, battendo in volata nientemeno che il velocista tedesco Ludwig, mentre due anni prima aveva dato filo da torcere nella medesima manifestazione a Gianni Bugno, giungendo terzo. Avesse partecipato a più classiche, avrebbe certamente dato filo da torcere ai vari specialisti ( si aggiudicò comunque la classica di San Sebastian nel 1990).
Significativa anche la sua intelligenza tattica, la capacità di leggere perfettamente le fasi della corsa e di sfruttare a suo vantaggio le rivalità tra i suoi avversari ( ad esempio Bugno e Chiappucci), riuscendo a trarne grandi vantaggi. Nel 1991 conquistò la sua prima maglia gialla sui Pirenei andando in fuga con El Diablo ( ai danni di Bugno), mentre l’anno dopo, quando Chiappucci si inventò gigante in fuga sulle Alpi nella tappa con arrivo a Sestriere, la volpe navarra sfruttò il lavoro di Bugno per limitare il distacco, per poi salvare la maglia gialla con un’azione solitaria imperiale sull’ultima ascesa.

LE IMPRESE

Il capitano della Banesto non è mai stato particolarmente incline ad imprese spettacolari, alla Coppi o alla Merckx, anche per la sua natura schiva e introversa. Egli ha sempre badato al sodo, e 5 Tour de France consecutivi e 2 Giri d’Italia testimoniano la sua statura. Tra le sue vittorie più belle segnaliamo la sua prima tappa conquistata al Tour nel 1990 a Luz Ardinen, quando nei Pirenei si infranse il sogno in giallo di Claudio Chiappucci, oppure il sensazionale contropiede di Seraing al Tour nel 1995: il giorno prima della cronometrò Miguel anticipò i suoi avversari con un’azione potente e devastante, lasciando al belga Bryuneel la vittoria ma incamerando secondi preziosi in classifica generale. Con ogni probabilità, la gara che più mostra la grandezza di Indurain è il campionato del mondo su strada in Colombia nel 1995. Uno dei mondiali piu’ duri di sempre, in altitudine e con la pioggia. La Spagna prima di allora non aveva mai conquistato il prestigioso alloro, e Miguel non esitò a coprire lo scatto decisivo del connazionale Olano, tenendo a bada le velleità di Pantani e Gianetti, per poi regolarli allo sprint per l’argento. La maglia iridata (su strada) è l’unico alloro che manca nello strepitoso palmarès del navarro, ma quel gesto di esultanza al traguardo per la vittoria del compagno vale più di cento vittorie.

I RIVALI

Il rivale designato sarebbe dovuto essere Gianni Bugno, ma non è mai stato completamente all’altezza. Nati lo stesso anno, nel 1991 battagliarono sulle strade del Tour per raccogliere lo scettro della generazione Lemond-Fignon. Gianni si fece sorprendere da Miguel e Chiappucci sul Tourmalet, a cronometro non era in grado di contrastare fino in fondo il rivale, il quale tra l’altro gli rimase incollato sui tornanti dell’Alpe d’Huez. Negli anni successivi Bugno non fu mai più a quei livelli, dimostrando di soffrire Miguel soprattutto dal punto di vista psicologico. La sua immensa classe però gli permise di regolare il Navarro allo sprint dei mondiali di Stoccarda (1991) e soprattutto di Benidorm l’anno dopo, quando Miguel correva in casa, regalandogli un cocente smacco.
Rominger e Zuelle furono altrettanto discontinui: fortissimi a cronometro ( mai quanto Miguel però) e mai seriamente in grado di impensierirlo in salita. Berzin fu il primo a sfilare una maglia dal possente torace del Navarro, quella rosa al Giro d’italia nel 1994, aiutato da una squadra fenomenale e dalle pratiche chiacchierate, e non durò a lungo. Riis, Ullrich e Virenque detronizzarono il regno francese di Indurain nel 1996, ma non era certamente il vero Indurain in quell’annata ( si ritirò poco dopo, non a caso).
Il rivale più amato dalla gente fu certamente Chiappucci: indomito guerriero capace con le sue fughe da lontano e coi suoi tentativi spericolati di ravvivare corse altrimenti segnate dalla noia, e con la soddisfazione di aver fatto seriamente preoccupare il Navarro scattando sull’Iseran nel 1992, con un ‘impresa dal sapore epico. Ben più consistente era la minaccia portata da Pantani. Se al Tour gli attacchi del Pirata costituivano una puntura di spillo visti i ritardi cronici che Marco accumulava a cronometro, al Giro del 1994, grazie a un percorso che favoriva gli scalatori, anche Pantani riuscì a precedere Indurain in classifica generale ( rispettivamente secondo e terzo). La leggenda di Pantani nacque nel giugno del 1994, quando Marco staccò tutti sul Mortirolo. Indurain limitò i danni, contenendo in 50 secondi il distacco dall’Elefantino: un’impresa eccellente, considerando le pendenze proibitive di quella montagna. Miguel pagò poi lo sforzo venendo staccato con una rasoiata dal giovane grimpeur romagnolo nel successivo valico di Santa Cristina. Quella giornata rimane tuttavia una delle pagine più eccitanti del ciclismo recente.

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